La democrazia secondo il neoliberismo: nel cesso.

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Il neoliberismo non è razzista, non è xenofobo, non è omofobo, e non è neanche orcofobo (colui che odia gli orchi e le orchesse). E’ questa sua inclusività e apertura a rappresentare la sua forza di penetrazione che ne fa una ideologia totalitaria infinitamente più efficiente del nazismo. L’unica cosa che il neoliberismo non riesce a tollerare è la povertà, per cui nutre un profondo disprezzo. La povertà è una colpa, è piena responsabilità di chi è povero, è il segno di una carenza e di una tara morale individuali e quindi la società, lo Stato non hanno nulla da fare per eliminarla. Secondo il neoliberista le condizioni oggettive e materiali non contano nulla, né nel fallimento del povero né nel successo del ricco. Il neoliberismo è un pensiero semplice a cui permettiamo la conduzione di un mondo complesso.

Solo se la consideriamo attraverso questa prospettiva possiamo comprendere la proposta della signora Dambisa Moyo che riportiamo di seguito. La signora Moyo è una “economista di fama internazionale” che propone l’introduzione della regola del voto ponderato nelle elezioni, per cui il voto della persona “informata” e “interessata” vale di più di quella “disinformata” e “disinteressata”. La signora Moyo parla di informazione e interesse, ma dietro, in filigrana è facile leggere una proposta tagliata apposta per evitare risultati elettorali come la Brexit, la presidenza Trump, il referendum e le elezioni italiane.

La signora Moyo, siamo sicuri, rimarrebbe sinceramente sorpresa se la accusassimo di classismo, perché il neoliberal-liberista è incapace di cogliere il destino dell’individuo inscritto nella classe sociale di nascita. Ma proprio qui sta il punto: l’incapacità neoliberista di cogliere i mille fili diretti e indiretti per cui le condizioni materiali e oggettive determinano implacabilmente i destini delle persone.

Finora il neoliberismo si è imposto attraverso il ferreo controllo dei mezzi di comunicazione di massa. Internet ha cambiato lo scenario e ha incrinato questo perfetto dominio trentennale. Le proposte come questa che riportiamo suggeriscono che all’interno del fronte neoliberista stiano cominciando a pensare soluzioni ancora più “semplici” e ancora più fuori dal tempo. Che ne dite se ce ne liberiamo prima che facciano disastri?

Il post originale lo puoi trovare qui.

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E se il voto di chi si interessa di politica, si informa, segue il dibattito valesse di più di quello di chi, dichiaratamente, non segue la cosa pubblica? E se questa invece che una provocazione dal sapore vagamente snob fosse un progetto serio per rendere il voto più diffuso, efficace e informato e dunque le nostre democrazie più vitali e robuste?

L’idea ha un nome, si chiama «Voto Ponderato», e un’autrice: Dambisa Moyo, economista di fama internazionale, collaboratrice del Wall Street Journal e del Financial Times che ha scritto Edge of Caos, volume che parte dal presupposto che la democrazia è rotta e che occorre trovare un modo per aggiustarla.

 

Perché la democrazia è rotta, secondo lei?

«Perché non sta più riuscendo a guidare in modo efficace la crescita economica. Ci sono paesi privi di democrazia, come la Cina, dove l’economia prospera, e altri, profondamente democratici, come l’Unione Europea, in cui l’economia annaspa».

Tra le sue proposte ha fatto molto discutere quella di «voto ponderato».

«L’idea è che gli elettori vengano chiamati a mostrare il loro impegno per la politica e le elezioni. Se dimostrano di essere informati, allora il loro voto vale appieno. Se invece dimostrano di non esserlo, varrà leggermente meno».

Non teme che la sua idea di voto ponderato passa apparire vagamente classista? Fino a prova contraria siamo tutti uguali…

«Certo che siamo tutti uguali. E l’idea di voto ponderato, infatti, non ha nulla a che fare con il genere, la cultura, con l’istruzione o con il ceto sociale, o addirittura con le posizioni politiche. Ha a che fare con quanto si ha a cuore quello che si sta facendo. Se ti interessa la politica, se ci spendi tempo e passione, è giusto che la tua voce pesi di più nel dibattito».

E se negli anni hai dimostrato poco interesse per la faccenda?

«Sei il benvenuto ai seggi ma il tuo voto varrebbe leggermente meno di quello di chi invece alla politica si dedica anima e corpo».

E scusi, come si fa a stabilire chi si è interessato e chi no?

«Per esempio con un test periodico, simile a quello che già oggi si richiede a chi fa domanda di cittadinanza in Europa o negli Usa; oppure penalizzando chi non vota da più tornate. Ma il punto non è il modo in cui si decide come pesare i voti: il punto è il risultato che si otterrebbe in pochi mesi».

Quale sarebbe?

«Nessuno ha voglia di sentirsi che il suo voto vale meno e si avrebbe un maggiore impegno da parte di molte più persone. E sarebbe un bene per tutti».

Tra le ricette che lei indica per aggiustare la democrazia c’è anche quella di votare molto più di rado di quanto non accada oggi: elettori selezionati all’ingresso per elezioni più diradate? Non le pare un paradosso?

«La mia idea di votare meno spesso è legata a quella che ho chiamato “miopia dei politici”, che non possono attuare politiche di lungo termine perché prigionieri di una specie di campagna elettorale permanente, impegnati più a sopravvivere e a essere rieletti che a governare con efficacia. Un ciclo economico è di quasi dieci anni; le elezioni sono ogni quattro o cinque».

Tra le sue proposte c’è anche quella di alzare i compensi dei politici. Eppure in Italia, secondo molti, il problema è esattamente l’opposto.

«Il problema non è quanto guadagnano i politici, ma il fatto che guadagnino comunque. L’idea è quella di ancorare i loro compensi ai loro risultati economici sul lungo periodo, come succede in molte aziende private, e come succede anche a Singapore, dove i compensi dei ministri sono per il 40% costituiti da bonus, legati ai risultati dell’economia del Paese».

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