Il Corriere della Serva svela gli umori dello stato profondo italiano (1)

E così sia.

Sepolti i morti di Genova, versata qualche lacrima sulle loro tombe, accertato che il trionfo del privato sul pubblico è tale che non si trova uno straccio di tecnico dell’amministrazione pubblica che non abbia avuto a che fare con Autostrade, accortisi che la vicenda del crollo del ponte Morandi stava resuscitando anche in Italia l’ipotesi nazionalizzazione, i nostri giornaloni hanno pensato bene di spostare l’attenzione degli Italiani su un argomento meglio gestibile: gli immigrati.

Nel Corriere della Serva del 25 agosto, la questione è ripresa direttamente o indirettamente in dieci articoli. Il primo articolo è subito a pag. 2, e ci informa sulla notizia del giorno, lo scontro tra il governo giallo-verde e l’Unione europea in merito alla solita questione della distribuzione degli immigrati approdati in Italia tra i paesi membri della Ue:

Dal titolo veniamo a sapere che il nostro capo del governo è arrabbiato a causa dell’attacco dell’Europa e che all’interno del governo il caso dei migranti sulla nave Diciotti sta operando delle spaccature. L’ochiello accenna alle ragioni dell’Unione, la quale si è impuntata non per il contenuto della richiesta che viene in continuazione da Roma («prendetevi ciascuno la sua parte dei migranti»), ma per la forma, che giudica un ricatto; alla vaga minaccia («ci saranno conseguenze») del nostro capo del governo; al protagonista della spaccatura: il ministro degli Esteri Moavero.

Quindi abbiamo un capo del governo arrabbiato, un’Unione europea che si attacca alla forma per sviare l’attenzione da una sua inadempienza e un ministro degli esteri che sconfessa il suo capo del governo. E vabbé …

Il secondo articolo è sempre a pag. 2, subito sotto il primo, e si concentra sulle ragioni di colui che si è smarcato:

Il titolo ci informa delle due ragioni che hanno indotto il ministro degli esteri a prendere le distanze dal suo capo del governo (e vabbé …): la prima è la forma in cui potrebbero materializzarsi quelle vaghe «conseguenze» minacciate da Conte: il mancato pagamento dei contributi all’Europa da parte dell’Italia; la seconda è la linea dura di Salvini nei confronti dell’immigrazione: le ragioni umanitarie devono prevalere su tutto.

Il ministro degli Esteri è uomo di mondo, e sa di sicuro che sulla pelle di quel centinaio di eritrei rinchiusi a bordo della Diciotti si sta giocando una partita grossa, vitale, per il suo governo, una partita fatta propria sin da subito dal suo capo del governo. Perdere questa partita, per il governo e per il suo capo di governo significa perdere tutto. Su questa partita il governo giallo-verde si sta giocando l’obiettivo strategico di recuperare quella sovranità nazionale che in tanti, anche all’interno dello stesso governo, considerano superata, inutile o forse impossibile. Moavero è, in tutta evidenza, uno di questi tanti.

E di essere “uno di questi tanti”, il nostro ministro degli esteri lo dimostra anche nell’altra ragione del suo smarcamento. Ricordare, infatti, agli altri componenti del suo governo che «Pagare i contributi [all’Unione europea è] un dovere», nel momento stesso in cui gli altri membri dell’Ue non ottemperano per l’ennesima volta a un loro dovere di solidarietà, è un’altra testimonianza della completa sottomissione a Bruxelles della quasi totalità dello “stato profondo” italiano e della scelta strategica operata da quest’ultimo di “sciogliere” l’Italia nell’Ue. La loro strategia comunicativa non è più basata sulla convenienza dello stare in Europa, ma sull’impossibilità ormai di uscirne. Non nascondono più l’asimmetria strutturale dell’Ue, le mancanze degli altri paesi, i progetti demenziali in discussione, ma davanti a tutto questo predicano pazienza, diplomazia, moderazione, rispetto assoluto delle regole. Moavero è il tranquillante somministrato al condannato a morte prima dell’esecuzione.

Il terzo articolo, a pagina 3, comincia ad allontanarsi dalla notizia certa e a basarsi sulle “voci”, sulle “spifferate”:

Dunque, il mancato pagamento dei contributi sarebbe sparita come opzione a causa del veto di Moavero (così, almeno, ci informa il CdServa), rimarrebbe l’arma del potere di veto sul bilancio Ue. Inoltre il capo del governo Conte oltre che essere “irato” con l’Ue è “irritato” con i suoi due vice che con i loro «toni alti» avrebbero «complicato le trattative» (con Moavero, invece, che lo ha sconfessato pubblicamente “smarcandosi” dalla sua linea, verosimilmente va d’amore e d’accordo).

Se poi leggiamo l’articolo, veniamo a sapere che:

  1. Conte sarebbe paralizzato tra gli opposti estremismi dei suoi due viceministri (irresponsabili e inesperti), da una parte, e dell’Ue (in fallo, ma con cui bisogna praticare l’arte della pazienza, della diplomazia, della moderazione, e di cui bisogna rispettare le regole anche se gli altri paesi se ne fregano), dall’altra;
  2. Conte sarebbe impotente: avrebbe voluto «intervenire per sbloccare la situazione a Catania» ma si sarebbe dovuto piegare alla linea dura di Salvini.

Ma evidentemente il nostro capo del governo sa fingere bene, perché il proseguo dell’articolo ci informa della sua dichiarazione ufficiale sulla questione (non una voce, quindi, ma un impegno ufficiale davanti agli Italiani):

«Ancora una volta misuriamo la discrasia, che trascolora in ipocrisia, tra parole e fatti … Vorrà dire che l’Italia ne trarrà le conseguenze e, d’ora in poi, si farà carico di eliminare questa discrasia perseguendo un quadro coerente e determinato d’azione».

Riassumendo, avremmo un capo del governo irritato con i suoi due viceministri, ma impotente nei loro confronti. Come il suo ministro degli esteri Moavero sarebbe per un approccio più diplomatico e dialogante con l’Ue, ma poi si sarebbe dovuto allineare con Di Maio e Salvini e in conclusione è uscito pubblicamente con un comunicato in cui, nel tono e nella sostanza, sconfessa e scavalca il suo ministro degli esteri nei rapporti con i partner europei.

Il quarto articoletto, sempre a pagina 3, è un festival dell’ovvio. Un docente della Luiss dall’alto della sua cattedra di economia ci dice che non pagare i contributi all’Ue non è possibile «perché esistono i Regolamenti e i Trattati europei. Per cui oggi il Paese deve contribuire al bilancio dell’Unione europea.» Insomma, a un governo che mette in discussione le regole europee (nel caso specifico quelle che regolano la gestione dell’immigrazione), gli vai a dire che non può fare una certa cosa perché le regole lo impediscono? E subito dopo, puntuale come l’influenza ai primi freddi invernali, la minaccia: «Sarebbe un’azione unilaterale senza precedenti che comporterebbe reazioni e sanzioni da parte della Ue». Certo, se noi diamo per scontata l’assoluta necessità di stare nella Ue e di sottostare alle sue regole, ci costi quel che ci costi. E se invece cominciassimo a pensare che c’è tutto un mondo fuori dell’Ue? Che esiste una terra fuori dal brodo scaldato a fuoco lento in cui stiamo lentamente morendo senza neanche accorgercene? Che siamo animali fatti per vivere sul solido, sulla terra e non nella società liquida? E che questa terra non è popolata da mostri che stanno aspettando solo che mettiamo la testa fuori per sbranarci? Che i mostri li abbiamo più vicini, nella brodaglia mefitica in cui la nostra classe dirigente autorazzista e antiitaliana ci ha rinchiusa da almeno 40 anni?

Il quinto articolo, a pagina 5, è dedicato al grande assente di questa vicenda: il nostro presidente Mattarella, il difensore della stabilità e sovranità dei mercati internazionali e dei grandi risparmiatori italiani. Il suo silenzio assordante è interpretato come la scelta di non «offrire scorciatoie a chi [Salvini] si è reinfilato in una strada senza uscita, portando lo scontro [con l’Ue] a un livello insostenibile.» Ancora una volta la contrapposizione sarebbe tra Responsabilità e Irresponsabilità, tra Moderazione ed Estremismo, tra Esperienza e Inesperienza.

Il sesto articolo, sempre a pagina 5, affronta quello che sarà uno strascico di questa vicenda (l’altro sarà quello dei rapporti con l’Ue), cioè l’indagine nei confronti del ministro degli interni Salvini per sequestro di persona (ma l’immigrazione clandestina, nel codice penale italiano, è un reato o mi sbaglio?):

Il settimo articolo, a pagina 6, ha un titolo sviante:

In verità il «piano per superare lo stallo» (avviare le procedure di identificazione degli immigrati direttamente a bordo della Diciotti) è solo un accenno, perché tutto il resto dell’articolo è dedicato ai “buoni” e agli “umani”: avvocati, deputati della sinistra senzafrontiere e piùeuropeista, sindacalisti delle cause umanitarie. Mentre l’ottavo articolo, a pagina 8, si occupa della “santa pasionaria” patrona di tutti gli Italiani “buoni e umani”:

Il nono articolo, a pagina 9, comincia ad allontanarsi dal caso Diciotti, ma in fondo è funzionale a guidare le simpatie dei lettori verso uno dei due fronti che in questa vicenda si stanno scontrando (e che il Corriere della Serva piano piano ha costruito). Si parla, infatti, della divisione interna al M5Stelle tra il presidente della Camera, Roberto Fico («Ci sono minori. I 177 devono sbarcare»), e il ministro del Lavoro, Luigi di Maio.

Il primo è presentato in questo modo:

laureato in Scienze della Comunicazione, ex tour operator, ex importatore di tessuti dal Marocco e poi appassionato di politica, sostenitore della «rivoluzione» di Bassolino e di Rifondazione. Nel M5S diventa subito il punto di riferimento degli ortodossi e tiene la barra dritta contro derive di destra. (…) Fico è della Napoli bene, del Vomero …

Il secondo in questo modo:

Di Maio è nato e cresciuto nella periferia industriale di Napoli dominata dalla Fiat di Pomigliano, con un padre dirigente locale di An. Studi svogliati, allergia ai congiuntivi ma tanta voglia di fare carriera.

Più sfacciato di così! Perché non essere chiari e diretti?

Fico: ricco, della Napoli bene, istruito, imprenditore, disinistra, disinteressato e politico per passione;

Di Maio: della Napoli popolare e operaia, proveniente da un humus di destra, ignorante, ambizioso.

Sembra il ritratto della contrapposizione in atto nel nostro paese raccontato con la bile, il disprezzo, la schiuma alla bocca e l’incapacità di capire gli eventi da parte degli attuali perdenti del fronte globalista, eurista, liberista, mercatista, noborder, istruiti e fighetti. Insomma, quel 15-20% premiato dalla globalizzazione e frattaglie dell’estrema sinistra che non ha capito nulla della partita in corso.

Il nono articolo apre perfettamente la strada al decimo articolo, a pagina 30. Tutto gravita verso questa sconsolata riflessione di Federico Fubini sul fallimento di un esperimento: quello di migliorare gli Italiani (questo obiettivo mi ricorda qualcosa e qualcuno …).

L’edizione del 25 agosto del CdServa è costruita come un imbuto. Tutti gli altri nove articoli devono preparare il lettore alle ultime riflessioni di Fubini, costruendo, articolo dopo articolo una tabella mentale di opposti:

E quali sono queste riflessioni? Mai ne ho lette di più aperte e sincere: un vero squarcio nell’ideologia del nostro deep state (chi dice che in Italia non esista uno stato profondo, sbaglia) e di cosa pensi di noi Italiani.

Ma questo post ormai è diventato fin troppo lungo, e l’articolo di Fubini è troppo importante, ha bisogno di spazio e attenzione, quindi rimando la sua analisi a un prossimo articolo.

Per oggi è tutto.

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