I patrioti costituzionali e le comunità

di Giorgio Lo Conte

Relazione per il seminario del 13 Ottobre 2018 – Hotel Portamaggiore – Roma

————

Dovere del patriota costituzionale è prendere piena coscienza della rilevanza strategica delle identità e delle comunità umane, e conseguentemente opporre fiera resistenza ai processi di sradicamento, di individualizzazione e polverizzazione delle stesse.

Lo spirito comunitario umano è oggi risorsa chiave nella guerra di resistenza al finanzcapitalismo globale speculativo.

La mega-macchina finanzcapitalista è la motrice, l’élite globalista, neo-feudale e apolide è promotrice della polverizzazione dei nuclei aggregativi umani, da quelli fondamentali (la famiglia) fino alle grandi nazioni, finanche naturalmente alle organizzazioni di lavoratori.

I legami comunitari sono oggi sotto attacco su numerosi fronti, da quello filosofico-ideologico a quello meramente materiale.  L’ideologia dominante neoliberale prevede che l’unica forma di relazione umana sia quella dello scambio di beni e servizi. Tutto il resto è un limite. È per ciò fondamentale rimuovere, oltre agli ostacoli effettivi di movimenti di capitali e merci, qualsiasi altro impedimento di natura culturale-identitaria-spirituale che possa interferire con l’espansione globale dei mercati.

Le “economie di scala” rendono poi necessaria l’omogeneizzazione indotta dei bisogni e delle abitudini. Tutti, fino al più sperduto villaggio dell’India devono voler bere Coca Cola, avere in tasca uno smartphone cinese e comprare su Amazon.

In questo senso, la sovrastruttura ideologica del processo di distruzione delle comunità, soprattutto nazionali, prevede che esse siano squalificate come plebi premoderne, intrinsecamente fascisteperché normative, deteriori perché “chiuse”, incapaci di comprendere il magnifico valore dell’“universalismo” spacciato dalle nuove élite cosmopolite.

Essendo un pericolo, è necessario che alle nazioni siano sottratti i diritti politici e negata la sovranità, che è di fatto dire la stessa cosa. In Italia abbiamo subiamo l’ideologia del “vincolo esterno”, che non è altro che la più subdolamente oscena espressione di un auto-razzismo (auto)coloniale. Ci si domanda se vi sia un’effettiva differenza tra la giustificazione del vincolismo e quella del colonialismo. La risposta è, che in ultima analisi, non ce n’è: le masse nazionali, considerate incapaci all’autogoverno, devono infatti essere illuminate e gestite dall’alto. “Civilizzate” esattamente come era dovere paterno del colonizzatore verso i “primitivi”.

La globalizzazione capitalistica ha così generato uno scollamento “qualitativo” tra élite e comunità nazionali. Le élite non sono più proiezione e prolungamento dei popoli stessi, quanto invece sempre più classi distinte per “qualità”. Così come le famiglie reali europee erano qualitativamente differenti rispetto ai popoli, straniere, e spesso non radicate nei territori, ma che in qualche modo “scorrevano” su un piano liscio, assumendo popoli sotto il proprio dominio indifferentemente da lingue, culture, similmente oggi l’élite dominante è in fase di ridefinizione come entità differente in natura rispetto al “popolo”.

Se i governanti non hanno infatti più un destino in comune con i governati, allora i subordinati divengono massa indeterminata. Il popolo si dissolve così nell’indeterminatezza dei “popoli”, e la nazione diviene uno dei tanti gruppi etnici in un dato territorio.

Progetti fondamentalmente nazionali come le socialdemocrazie (esempio eclatante la Svezia) sono in fase di smontaggio e disfacimento proprio nel momento in cui si è imposto “forzatamente” il processo retoricamente definito “multiculturalismo” e si sono affermati governi fortemente influenzati dalle subculture globaliste.

La diffusione epidemica della malattia individualista è altro tassello necessario al dominio sugli esseri umani.

Perché questo morbo si diffonda c’è da disfarsi della memoria storica, privare di senso le radici simboliche che legano ai luoghi, atrofizzare la naturale propensione umana al riconoscersi in una collettività, privare della sicurezza economica e sociale, instillare l’idea che l’impegno umano sia funzionale al dominio sugli altri e non sia invece un dono da fare alla collettività.

Ricucire e preservare le comunità significa allora ricostruire coscienza storica, saggezza filosofica, capacità di pensare al futuro come ad un progetto comune. È di capitale importanza superare l’arido nichilismo postmoderno fatalista. Follia autodistruttiva di una generazione che ha tragicamente fallito e che non ha avuto la cortesia di evitare di estendere il proprio fallimento a idea filosofica. La storia non è finita.

Sottrarre in tal modo la PERSONA al vuoto di senso dell’esistenza, vuoto che è divenuto gravissima malattia. Voragine da riempire con oggetti di consumo, malessere che stimola disgusto per il prossimo e ancora polverizzazione, madre puttana del mito del successo e del denaro e della sopraffazione.

Comunità.

Comunità sono le famiglie, nelle loro diverse e anche nelle loro moderne forme, come nuclei fondati su rapporti solidali e gratuiti.

Comunità sono i quartieri, le città, sempre più morenti e sempre più uguali.

Comunità sono quelle che si riconoscono nelle culture regionali.

La promozione e salvaguardia delle culture e delle identità non è tuttavia un’operazione di conservazione museale, né tantomeno a esse si deve pensare come a oggetti mercificati/mercificabili e oggettivati/oggettivabili, esibiti nel grande supermarket globale della “diversità”, dove si conversa in inglese sorseggiando caffè biologico “inquinante ma non troppo” prodotto all’altro capo del mondo da uno “schiavo ma non troppo”.

Né pensiamo ai beni culturali come oggetti da cui estrarre valore, in virtù della loro vendibilità al turista massificato, quello che sceglie la sua destinazione in base allo sconto occasionale del biglietto aereo e va a Bangkok o a Milano indifferentemente, confortato dal trovare McDonald’s e Starbucks in entrambe le destinazioni.

Il patrimonio che ci deriva dai progenitori è quindi da considerarsi in funzione anch’essa pienamente comunitaria. L’eredità comune diviene “nodo” di connessione tra individui, che sono così capaci di riconoscersi e stabilire contatti empatici.

La salvaguardia degli aggregati comunitari ci pone anche il dovere di opporci alla distruzione capitalista degli ecosistemi. Riteniamo così la protezione dell’ambiente come un sacro dovere verso la propria comunità e doveroso presupposto del radicamento territoriale. Avendo il territorio enorme influenza nella costruzione dell’identità e dell’universo simbolico dell’individuo, esso assume funzione di “nodo” simile a quella del patrimonio culturale.

La dimensione spirituale-religiosa è altro elemento fondamentale e strategico. La religione, come forma di legislazione sociale comunitaria, seppur spesso gerarchica, costituisce oggi un forte argine al nichilismo, al consumismo, al relativismo atomizzante e individualistico sovrastrutturale al capitalismo odierno. Essa è, in quanto motrice profonda del cammino dei popoli, una possente fortezza contro i processi dissolutivi e all’occasione forza rivoluzionaria dirompente, oltre che essere porta d’accesso privilegiata per la comprensione delle culture.

Abbiamo di fronte a noi un mondo estremamente e progressivamente complesso.

Non ci facciamo dunque illusioni. Il lavoro di costruzione di questo progetto è tortuoso e ambizioso: se non intendiamo infatti, in alcun modo, proporre un’unica via, o un singolo modello economico da contrapporre a quello dominante, poiché ricadremmo nuovamente in un’astrattezza fallimentare, ciò che ci proponiamo è una “ribellione globale endogena” dei popoli di tutti i continenti contro le élite globaliste e i loro vassalli locali-nazionali, specialmente imperiali e sub-imperiali.

Ribellione che sia presupposto alla costruzione di rapporti più giusti tra i popoli.

Un approccio adattivo di questo tipo ci impone il rispetto delle pluralità, delle identità e delle sovranità, ponendoci dunque a pari distanza sia dall’individualismo globalista, sia da modelli organicistici-razzistici o eurocentrici, le cui disastrose contraddizioni sono su tutti i libri di storia.

Il patriota costituzionale si pone come costruttore di una “comunità di comunità”. In questo senso egli deve tenersi lontano da deleterie fughe in avanti in salsa negriana/fricchettona, con “moltitudini” di individui individualisti e astratti, de-territorializzati, destoricizzati, democraticamente consumatori di Coca-Cola, così come deve essere sideralmente distante da ogni tipo di economicismo e meccanicismo sterilizzante.

Non individui, non numeri, noi vogliamo costruire e pensare comunità di PERSONE.

La lotta che immaginiamo è ribellione generalizzata e plurale, che sia condotta secondo necessità, mezzi, aspirazioni e identità culturale di ogni popolo. Dalla grande nazione fino alla più piccola tribù del Sudamerica o dell’Africa: Etiam capillus unus habet umbram suam.

Non consideriamo superiori in alcun modo le nazioni ai nuclei aggregativi minori. Guardiamo tuttavia con particolare attenzione agli stati-nazione, soprattutto medi e grandi sul piano economico-demografico (l’Italia ne è esempio), come corpi dotati di quella massa critica sufficiente a costituire testa di ponte e arma d’assedio alla mega-macchina imperialista finanzcapitalista globale.

Un’operazione, di nuovo, estremamente complessa, che ci richiederà una notevolissima maturità analitica e di studio, poiché si richiede la creazione di un paradigma profondamente innovativo. Una rivoluzione epistemologica innanzitutto, che si basi su una forma intelligente di universalismo, razionalistico sì, intrinsecamente plurale sì, ma che tenga conto dell’unità della storia e del genere umano.

————

Volgendo lo sguardo al nostro Paese, intravediamo una situazione potenzialmente e insospettabilmente favorevole al lavoro dei patrioti costituzionali. Se è assolutamente e fortunatamente vero che la nostra non è una nazione che si fonda sull’omogeneità razziale, caratteristiche dominanti in Italia sono l’omogeneità antropologica e lo spirito comunitario.  L’antichissima nazione italiana infatti, fattasi sì Stato molto tardi, e pur con tutte le contraddizioni, tragedie e asimmetrie economiche che l’hanno segnata sin dall’unificazione, e che hanno forte peso ancora oggi, e al di là dei vari campanili, è un organismo sorprendentemente compatto.

Una sola lingua nazionale, identificata come tale molto prima dell’Unificazione per puro prestigio intellettuale (in ciò molto diversa ad esempio dal caso francese, laddove fu la parlata della corte, per ragioni dunque di potere politico, ad imporsi); un unico substrato religioso, quello cattolico, che non ha concorrenti storici significativi e infine profondissime radici storico-culturali comuni. Questi caratteri fanno del nostro Paese un organismo omogeneo, in grado di assorbire pesanti colpi.

Mentre in Italia nemmeno la guerra civile ebbe connotazione geografico-etnica, numerose altre entità statali non presentano questo grado di omogeneità , essendo così particolarmente esposti agli effetti delle forze centrifughe-regionalizzanti che sono proprie della globalizzazione (un esempio tra tutti, la questione catalana in Spagna).

Ci siamo invece davvero stupiti che in Italia un partito separatista anti-nazionale come la Lega si sia convertito a partito nazionale e nazionalista?

La compattezza antropologico-comunitaria del popolo italiano è curiosamente anche la ragione per la quale il nostro Paese riesce a non disgregarsi e a sopravvivere nonostante un’assai scarsa struttura statale.

Ma noi non desideriamo sopravvivere. Desideriamo uno Stato capace di far progredire civilmente la comunità nazionale e di garantirle il massimo benessere possibile. La nazione, lasciata senza uno stato forte, non può essere in grado di esprimere la volontà della nazione, proteggere la propria economia, il lavoro, sviluppare una matura politica estera, una definita geo-strategia, e non può efficacemente condurre la necessaria lotta di resistenza al finanzcapitalismo globale.

Il potenziamento dello stato è dunque assolutamente vitale per la nazione italiana, oggi più che in passato, e la coesione nazionale è essa stessa fondamentale risorsa strategica.

Come patrioti costituzionali diviene così compito nostro tutelare l’Unità della nazione anche attraverso la promozione di un armonico e omogeneo sviluppo economico del paese. Che significa perseguire il massimo riavvicinamento dei livelli di benessere tra Sud e Nord Italia e superare con ogni sforzo la mai risolta “Quistione” meridionale.

Significa ripristinare le sempre più disastrate infrastrutture che collegano il Paese. L’organismo ha bisogno di arterie. Potenziare quindi i collegamenti ferroviari e aerei attraverso la ricostituzione di compagnie pubbliche. Riassegnare allo stato tutte le leve necessarie alla direzione dell’economia, riassegnare a ogni singolo cittadino il dovere che ha verso la collettività, ossia quello di “svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale” della collettività stessa (ART. 4).

Diviene così di vitale importanza la formazione di classi dirigenti squisitamente nazionali. Abbiamo bisogno di classi dirigenti con un profondo radicamento, possessori di profonda coscienza storica, immuni dalla sciocca e imbecille esterofilia alla quale siamo tristemente usi, ma che siano al contempo capaci di confrontarsi con la realtà di un mondo sempre più interconnesso, immuni quindi anche dal simmetrico provincialismo.

Classi dirigenti di qualità che tornino a essere proiezioni consapevoli di una nazione consapevole.

Ibi semper est victoria, ubi concordia est

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...