Le politiche militari della Ue e dell’Italia

Relazione per il seminario del 13 Ottobre 2018 – Hotel Portamaggiore – Roma

di Giacinto Mascia

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Il settore della Difesa d’Italia non è solo costituito dalle componenti militari, cioè i mezzi ed il personale che ne rappresentano la parte più visibile, ma anche da altri fattori importanti quali il settore industriale che supporta lo strumento militare, l’ambito della ricerca e dello sviluppo insieme con l’intera elaborazione politico-strategica che in ultima analisi dirige e sviluppa sinergicamente le Forze Armate. Inoltre, tutto il quadro militare nazionale non può prescindere del contesto internazionale, dalle politiche di Difesa dell’Unione Europea e dai rapporti UE-NATO, dalle relazioni con gli altri attori internazionali, principalmente la Federazione Russa e la Cina. Lo scenario generale pertanto comporta un approccio multidisciplinare nel quale economia, politica, industria ed energia sono fra loro strettamente correlate. Per meglio comprendere le peculiarità militari del paese è utile un sintetico richiamo: 1) alle politiche di Difesa della UE, dei suoi rapporti con NATO e Russia; 2) alle dinamiche energetiche; 3) al rapporto tra le priorità nazionali e gli interessi dell’UE nonché alle asimmetrie Italia-UE-NATO.

 

Politiche di Difesa UE

La UE sin dalla sua fondazione (1992-1993) decise di sviluppare una propria Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC, cioè il reparto Difesa Europea) considerata uno dei pilastri del trattato di Maastricht[1]. Al momento della costituzione dell’organo PESC, tuttavia, non erano state definite ancora le risorse militari, tranne un vago accenno alla Unione Occidentale Europea, UOE, incaricata di svolgere effettivamente le funzioni militari dell’UE. Dopo le guerre nell’ex Jugoslavia (Kossovo 1999), emerse con evidenza che la UE non riuscì a svolgere un ruolo politico-militare sostanziale, mentre il peso degli Stati Uniti continuava a restare imponente. In questo contesto di inattività militare nel dicembre 2000, al consiglio di Nizza, la UE impostò la Politica Europea in materia di Sicurezza e Difesa, PESD, passo col quale finalmente si dotava di forze armate proprie per gestire le crisi internazionali[2]. Tuttavia dal vertice venne sancita una condizione cruciale ovverossia la NATO sarebbe rimasta come organo basico per la difesa collettiva degli stati membri UE «and [NATO] will continue to play an important role in crisis management».

Dopo l’invasione Usa dell’Iraq nel 2003 la UE pubblicò il documento Strategia Europea di Sicurezza, SES, e istituì la Agenzia Europea per la Difesa, EDA, due strumenti che dovevano proiettare l’Europa verso compiti internazionali consoni alla dimensione politica raggiunta da un blocco continentale, definito «global player», di oltre 450 milioni di individui e rappresentante un quarto del PIL mondiale[3]. Con l’entrata in vigore del trattato di Lisbona (dicembre 2009) la PESD divenne PSDC, cioè Politica di Sicurezza e Difesa Comune, mentre i BGs e la EDA sono stati trasformati in strutture permanenti della UE. Allo stesso tempo è stata istituita la figura di Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, nonché vicepresidente della Commissione Europea e Capo della EDA.

Nonostante l’obiettivo di un sistema di difesa “europeo”, le relazioni NATO-UE sono molto intrecciate e di fatto il peso della prima risulta ancora rilevante nel settore militare e del tutto vincolante. Allo stesso tempo le asimmetrie NATO-UE in politica estera – in pratica Stati Uniti e UE – comportano una complessa definizione dei rapporti tra la UE e il suo principale partner energetico, la Russia, dal momento che nella SES – rivista e aggiornata nel 2008 – oltre ad indentificare le minacce dalle quali la UE doveva tutelarsi (terrorismo, conflitti regionali, armi di distruzione di massa, collasso degli Stati, criminalità organizzata) si indicava la necessità di creare una sicurezza nel “vicinato”, cauto termine che indica fondamentalmente l’espansione della UE verso i paesi del precedente blocco ex sovietico.

Di pari passo sono procedute le ulteriori definizioni degli obiettivi europei, sintetizzati nella Strategia Globale UE (EUGS giugno 2016) che presenta la necessità di una UE forte ai fini della sicurezza interna in stretta collaborazione con la NATO(«working closely with NATO»), ma anche internazionale nel ruolo di «global security provider» (Mogherini). Pertanto risulta impellente la formazione di capacità di difesa a vasto raggio («full spectrum defence capabilities») per rispondere alle crisi esterne e garantire la difesa dell’Europa[4]. La difesa è una delle cinque priorità della UE, insieme con il contrasto al terrorismo, la cyber-sicurezza, le comunicazioni strategiche e la sicurezza energetica che la UE intende salvaguardare con un piano di diversificazione delle fonti, nonostante sia palese la sostanziale dipendenza dalla Russia come partner strategico (Heartland di Mackinder).

A tutto ciò va aggiunto il fatto che gli Stati Uniti perseguono le proprie strategie politico-energetiche in Asia e Medio Oriente (Brzezinski) con lo scopo di controllare e interdire l’accesso cinese alle fonti energetiche, insieme con la strategia di accerchiamento della Russia, il tutto in funzione di impedire il dominio dell’Eurasia da parte di un’unica potenza (nella fattispecie, la Federazione Russa) o comunque di potenze in grado di estromettere la presenza statunitense, in quanto come sintetizza Brzezinski, gli Stati Uniti «separati dall’Europa nella politica, nell’economia e nella difesa, diventerebbero un’isola al largo dello coste dell’Eurasia»[5].

Uno dei compiti europei più complessi riguarda proprio la sua collocazione geoeconomica inerente le connessioni energetiche e commerciali con la Russia, la Cina e col Medio Oriente in considerazione del fatto non eludibile che gli Stati Uniti si pongono in antitesi alla geopolitica russa e cinese sull’intero blocco eurasiatico e africano. L’intero quadro europeo si complica in quanto la guerra fredda tra Stati Uniti-Russia è come in passato supportata dalle rispettive armi nucleari con l’Europa come fronte orientale avanzato degli Stati Uniti. Questa situazione pone un serio problema per la UE in vista di ogni politica autonoma con la Russia, in quanto ritenuta irricevibile dagli Stati Uniti.

La contrapposizione tra Usa-Russia è assolutamente essenziale ai fini dell’implementazione delle politiche di difesa europee e di politica estera dell’UE, dal momento che la Federazione Russa è nuovamente presente sullo scenario geopolitico internazionale con grande realismo sostenuto dalla componente militare. Le attività della NATO ai confini russi sono state considerate con grande attenzione a Mosca e non hanno ricevuto reazioni positive[6]. Negli ultimi anni l’espansionismo occidentale ha comportato l’allargamento della NATO ai confini russi (dal 2004 è attiva la «Baltic Air Policing» NATO, cioè sorveglianza aerea dei cieli di Lituania, Estonia e Lettonia), mentre nel maggio 2016 il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg ha inaugurato il progetto missilistico NATO posizionato in Romania (base aerea di Deveselu) e in previsto anche per la Polonia (2018), nell’ambito della Ballistic Missile Defence BMD, cioè l’installazione di sistemi intercettori AEGIS Ashore dotati di missili SM-3 e da lanciatori verticali MK 41 in collaborazione con unità navali della marina Usa dotate delle medesime armi operanti nel Mediterraneo, nel Mar Nero e nel Mar Baltico, al fine di difendere «le popolazioni e i territori europei dell’Alleanza da attacchi missilistici sempre meno improbabili»[7]. Lo stesso segretario NATO si è affrettato a sostenere che questi sistemi non sono diretti contro la Russia, ma l’intero scudo anti-missile AEGIS della Lockheed Martin è chiaramente orientato alla neutralizzazione dei sistemi balistici missilistici russi e allo stesso tempo è in grado minacciare un first strike nucleare[8].

Nel caso della Polonia (paese che impiega almeno il 2% del PIL nel settore militare) gli Stati Uniti hanno proceduto non solo al riarmo del «cuore geografico dell’Europa» (Trump), inviando a gennaio 2018 la terza brigata corazzata Usa, ma anche all’affidamento della cosiddetta «Iniziativa dei Tre mari» («Three Seas Initiative», dodici paesi fra il Baltico, il Mar Nero e l’Adriatico) secondo la logica del potenziamento delle infrastrutture dell’Europa centro-orientale per rendere l’area più competitiva su aiuto statunitense che inoltre fornirà sostegno energetico (la Polonia riceverà il GNL dagli Stati Uniti)[9]. Progetto ambizioso che intende indebolire le forniture di idrocarburi russe alla UE – e quindi le relazioni UE-Russia – con la costituzione di una vasta area costituita da 11 paesi NATO su 12 e pertanto legati a Washington piuttosto che a Bruxelles. Curiosamente questa importante regione dei «Tre Mari» ricorda molto il “cordone sanitario” antisovietico costituito nel primo dopoguerra dalla Gran Bretagna su suggerimento del geografo Halford Mackinder, nonché il fatto puro e semplice che il territorio in questione (East Europe), era l’importante fianco occidentale di quella che lo stesso geopolitico britannico definiva Heartland.

Allo stesso tempo le procedure di sviluppo e costituzione delle forze armate UE sono continuate senza soluzione di continuità in collaborazione con la NATO. Nel documento UE Strategia Globale viene indicato che la UE è sotto minaccia («our Union is under threat») pertanto occorrono investimenti, in particolare nel settore sicurezza e difesa in maniera urgente, attuando il cosiddetto Piano di Sicurezza comune e di Difesa, CSDP (Common Security and Defence Policy) che deve diventare «more responsive», insomma più reattivo. Fra le priorità della UE, la sicurezza e la resilienza delle democrazie e delle società che circondano l’Unione, in quanto l’interesse strategico della UE non si limita alla politica di vicinato, ma bensì si estende fino a comprendere ad est l’Asia Centrale compreso l’Afghanistan, e l’Africa Centrale a sud[10].

Importante nucleo di tutto il documento è l’azione della UE nel reparto Difesa che parte dalla costituzione della PESCO, Permanent Structured Cooperation, che prevede maggiori investimenti degli stati membri destinati «all’approvvigionamento di materiali e alla ricerca tecnologica di almeno il 20% degli stanziamenti della difesa», oltre al rafforzamento della capacità di risposta rapida della PSDC (i Battlegroups), la promozione dell’industria europea di difesa, il miglioramento delle capacità di monitoraggio e controllo dei flussi, con investimenti nell’intelligence, sorveglianza, ricognizione (compresi i droni), comunicazioni satellitari, accesso autonomo allo spazio e osservazione terrestre permanente (dialogo EDA-ESA, Ente Spaziale Europeo). In un simile contesto di difesa integrata, va individuato quale ruolo le forze armate italiane sono chiamate a svolgere secondo la definizione degli interessi strategici nazionali indicati nelle linee guida e nel Libro Bianco del Ministero della Difesa (2015).

 

Energia dell’UE e dell’Italia

L’UE rappresenta il secondo maggior importatore mondiale di energia, con gli stati membri che importano circa il 55% dei propri fabbisogni di petrolio per l’84% e di gas naturale per il 64% (dati 2013). Soprattutto il gas naturale costituisce il 24% delle risorse energetiche UE e la Commissione Europea ritiene che la UE giungerà ad importare oltre l’80% dei suoi fabbisogni di gas entro il 2030. Secondo la International Energy Agency (AIE) nel 2035 la domanda UE di gas raggiungerà il valore annuale di 644 miliardi di metri cubi (Mmc/a): a fronte di una produzione europea di circa 100 Mmc/a, l’importazione di 540 Mmc è indicativa del tasso di dipendenza estera con il solito partner russo in prima posizione in qualità di fornitore, seguito dalle fonti nordafricane e mediorientali (Algeria e Norvegia sono gli altri fornitori attuali dell’UE)[11].

All’interno della UE l’Italia presenta una particolare situazione energetica con un livello di importazioni di idrocarburi notevole. Secondo le proiezioni della Strategia Energetica Nazionale (SEN 2013), l’Italia resterà dipendente dai combustibili fossili “nel medio periodo”, cioè per i prossimi dodici anni, da petrolio e gas (incidenza dell’86%, 41% petrolio e 37% gas). Oltre il 90% degli idrocarburi in Italia è importato: il 91% del gas (di cui oltre il 70% da soli 3 Paesi: Russia, Algeria e Libia), e il 93% del petrolio con un costo di 62 miliardi di euro nel 2011 per l’importazione di 147 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio[12]. La SEN del 2017 ha evidenziato alcuni progressi, come lo sviluppo del TAP, ma le forniture di gas hanno visto aumentare il ruolo della Russia come fornitore (circa il 45% delle necessità e fino ai 2/3). La SEN 2017 indica come gli approvvigionamenti esteri siano costituiti ancora principalmente da petrolio (61 milioni di tonnellate importate nel 2016) e gas soddisfatti da Algeria, Libia, Iran, Russia ai quali si intende affiancare nuovi esportatori (Azerbaijan, Qatar, USA, Canada)[13].

I dati italiani inerenti il gas sono emblematici: nel 2016 il consumo interno è stato pari a 71 miliardi di metri cubi, con il 92% di import. L’importazione di 65,3 miliardi di metri cubi ha visto le forniture russe al 41% del totale, con 27 miliardi di metri cubi di gas. Forniture ulteriori, nel caso di interruzioni dalla Russia, possono arrivare dall’Algeria (con la quale andranno rinegoziati i contratti in scadenza nel 2019), la Libia che tuttavia è ancora instabile, ma soprattutto si attendono i flussi dall’Azerbaijan tramite il TAP di circa 9 Mmc/a di gas[14]. Il gas naturale liquido, GNL, vede il primato del Qatar come esportatore in Italia con 4 Mmc solo nel primo semestre 2017, mentre sta incrementando il ruolo di esportatore mondiale di GNL degli Stati Uniti. Tuttavia nel caso di interruzioni delle forniture russe attraverso l’Ucraina, come dichiarato da Gazprom per il 2019, l’Italia potrebbe trovarsi nella scomoda situazione di dover importare gas dal gasdotto Nord Stream e ciò significa tramite la Germania, con relativi costi aggiuntivi[15].

Ulteriori importazioni per l’Italia possono giungere dal settore Mediterraneo, grazie all’Egitto dove l’ENI ha individuato un ricco giacimento off-shore a Zohr, oppure tramite il progetto EastMed, capacità di 18 Mmc/a – gas dai paesi del mediterraneo orientale Israele, Libano, Cipro – per mezzo di un gasdotto Creta-Grecia-Italia. Accanto a tale infrastruttura è il Turkish Stream che collega il gas russo alla Turchia e poi all’Italia via IGI-Poseidon (10 Mmc/a)[16].

La cornice energetica appena richiamata è sufficiente a mostrare quanto l’area mediterranea costituisca il quadro di riferimento imprescindibile delle attività economico-militari italiane. Il contesto Mediterraneo, anzi del Mediterraneo Allargato è chiaramente indicato come prioritario e assolutamente funzionale alla difesa degli interessi strategici nazionali dal Libro Bianco del Ministero della Difesa.

 

Italia, Mediterraneo e potere marittimo            

Il Mediterraneo allargato è una aerea geopolitica profondamente rilevante per l’Italia sia in virtù della sua posizione strategica, sia per la protezione dei suoi interessi vitali. L’intero scenario marittimo comprende, oltre al Mediterraneo, il Mar Nero, il Mar Rosso, il Golfo Persico, aree ritenute dalla UE come perimetro in cui esercitare la propria sfera di influenza. In tale contesto la Marina Militare italiana assume una valenza particolare quale garante della sicurezza delle necessità strategiche del paese, dal momento che il Mediterraneo Allargato è un’area strategico sulla quale l’Italia può esercitare una sua autorità politica. Pertanto in considerazione della proiezione dell’Italia come potenza marittima ben oltre il classico Mare Nostrum, la salvaguardia degli interessi nazionali politico-economici impone di intervenire, se necessario in contesti regionali non contigui, soprattutto di fronte alle sfide presenti che non permettono l’assenza di reazione[17]. In questi contesti marittimi l’Italia «potrà agire anche in maniera unilaterale e dovrà dunque sviluppare le capacità che potranno renderla flessibile, in grado di agire in contesti lontani dalla madrepatria e che le consentiranno di non dover dipendere da stati terzi»[18].

Nelle «Linee Guida» del Libro Bianco viene chiaramente indicato che l’Italia ha interessi esterni alla Europa, pertanto quelle «aree geografiche esterne al continente europeo, anche in relazione alla loro vicinanza geografica, ove in casi di particolare necessità», vedranno l’Italia operare «anche in autonomia per la salvaguardia di interessi peculiari. A questo fine una particolare attenzione andrà riservata al vicinato orientale e meridionale dell’Unione Europea, fino ai Paesi del cosiddetto “vicinato esteso”»[19]. A proposito dello strumento militare, nel suo complesso le «Linee Guida» del Libro Bianco esprimono una critica alla quella che viene definita debolezza italiana in tema di forze armate e di strategia complessiva di tutela degli interessi nazionali. Questa “debolezza” ha comportato scarsa attenzione al mantenimento in piena efficienza delle forze armate. L’insufficiente interesse della politica e in generale del sistema paese a quelle che sono le dinamiche militari della nazione, non consentono un serio dibattito sulle questioni internazionali per le quali la deterrenza militare è una necessaria componente.

Lo studio del Ministero della Difesa si sofferma sulla necessità di avere a disposizione uno dispositivo militare in grado di operare nello «spazio nazionale e nell’estero vicino», perciò esso deve avere un ampio spettro di capacità interforze ed integrabile in dispositivi multinazionali, ovvero «a Forze Armate con diversificate capacità operative, che possano essere impiegate a livello nazionale o in coalizione in ogni fase di un conflitto e per un protratto periodo di tempo»[20].

Un altro elemento importante è una certa autonomia tecnologica ed industriale del sistema di difesa nazionale, in quanto anche essa componente essenziale degli interessi nazionali. La salvaguardia delle nostre tecnologie avanzate e delle nostre capacità industriali sono fattori che permettono rapporti collaborativi su «un piano di parità, rafforzando l’integrazione con i nostri partner europei, ma soprattutto contribuiscono alla crescita e valorizzazione complessiva del Paese, poiché i settori dell’aerospazio, della cantieristica navale, della sicurezza e della difesa «rappresentano una delle poche aree nazionali a tecnologia avanzata ancora presidiate dal nostro Paese»[21].

La Marina Militare è uno dei più importanti assets per affrontare le sfide del futuro: il governo italiano (2013) si è impegnato a rinnovare il settore aeronavale con il progetto FREMM, Fregate Europee Multi Missione in collaborazione con la Francia (sostituzione delle Fregate Grecale, Libeccio e Maestrale), e nonostante la riduzione dei bilanci per la Difesa, queste unità rientrano in una logica precisa strategica. La Marina diventa lo strumento principale – non l’unico – per la sicurezza delle operazioni economiche e commerciali italiane, ma anche per contrastare le minacce, dal terrorismo alle guerre civili: le unità navali FREMM saranno polifunzionali (trasporto aeromobile, scorta, supporto logistico) e quindi in grado di garantire la proiezione marittima dell’Italia. Sebbene nel Libro Bianco del Ministero della Difesa sia indicato un approccio collaborativo con le forze della UE e della NATO, non vengono escluse potenziali operazioni unilaterali qualora si verificassero pericoli per la sicurezza nazionale.

A questo proposito sono importanti le considerazioni dell’ammiraglio De Giorgi (Capo di Stato Maggiore della Marina 2013-2016) sulla Marina Italiana e sulla valenza marittima dell’Italia esposte nel 2014 nel documento sulle «Linee programmatiche della Marina Militare italiana nell’attuale contesto geopolitico». L’impiego dell’arma navale viene declinato in tutte le sue componenti e fornisce un valido sostegno alle politiche marittime, ma in generale di quella militare italiana:

Bisogna ricordare che la cantieristica navale nazionale e l’industria correlata svolgono un ruolo essenziale di supporto alla crescita dell’economia italiana, tanto da rappresentare un’industria strategica per lo sviluppo. Esse generano un indotto qualitativamente variegato e ben distribuito sul territorio nazionale (55% al Nord e 45% al Centro-Sud)…In tale ottica, la capacità marittima nazionale – rappresentata dal binomio Flotta della Marina e della cantieristica/industria ad alta tecnologia ad essa correlata – costituisce un volano economico, industriale, culturale e sociale fondamentale per il Paese. Essa coinvolge una vasta gamma di settori industriali quali metalmeccanico, siderurgico – il 90% dell’acciaio utilizzato proviene da industrie italiane – meccanica di precisione, elettrico, elettronico, armamenti, robotica, arredamenti navali, etc. Il mare è dunque un fattore determinante per la prosperità dell’Italia, oltre che per la sua sicurezza. La protezione del complesso sistema produttivo e di trasporto marittimo – linee di comunicazione marittima, oleodotti e gasdotti sottomarini, porti, interporti, centri nodali di smistamento, navi, piattaforme petrolifere – e l’investimento nella marittimità sono essenziali per lo sviluppo del Paese. Dal quadro di situazione delineato emerge che mai come oggi geo-strategia, economia e situazione politico-culturale si presentano interrelate e intrecciate da forti nodi problematici ed è verosimile ipotizzare che nella regione mediterranea le pressioni di carattere politico, economico, religioso, ideologico e criminale troveranno sempre più sul mare il campo di applicazione, in quanto, proprio sul mare, i margini di sicurezza atti ad evitare reazioni non controllabili risultano ben più ampi di quelli consentiti dalla rigidità dei confini terrestri[22].

Per motivi strategici – l’Italia come polo di raccordo fra il Medio Oriente, l’Africa e l’Europa – ed insieme politico-militari inerenti il mantenimento dell’equilibrio nell’area Mediterranea, l’ammiraglio De Giorgi sosteneva la possibilità per l’Italia di svolgere un ruolo da leader nel contesto mediterraneo. La decisione di assumere questa responsabilità e questo ruolo, continuava l’ammiraglio, potrebbe conferire al paese credibilità e «valenza internazionale» e soprattutto potrebbe «essere sostenuta dall’Europa in un progetto che dia al Mediterraneo priorità e centralità nelle scelte politiche». Ma a tal fine è necessario adeguare lo strumento militare nazionale «in modo da poter rivestire, sin dal tempo di pace, un ruolo primario nella difesa avanzata e nella sicurezza della Regione, attraverso una costante opera di presenza, sorveglianza, deterrenza e capacità d’intervento – anche in termini di dialogo e cooperazione militare – nel Mediterraneo e nella sua dimensione allargata. Al riguardo, la Marina Militare possiede tutte le competenze culturali, strategiche e di visione di lungo periodo per garantire la necessaria opera sul mare a tutela degli interessi nazionali e a supporto della politica estera del Paese».

Un altro elemento contrastante con tale linea di sviluppo marittimo e pertanto di maggiore sviluppo della Marina Italiana è l’atteggiamento mentale della nazione che continua a ignorare la vocazione marittima del paese rispetto alla componente continentale. Problema antico dell’Italia, ma per il momento ricollegato da parte di De Giorgi ai criteri in auge durante la guerra fredda che privilegiavano i settori dell’esercito e dell’aeronautica.

Le indicazioni dell’ammiraglio De Giorgi sono precise e chiare, e una volta considerate le varie componenti economiche, politiche e strategiche nazionali è evidente, sia dal Libro Bianco, seppur in maniera cauta e sempre alla ricerca di condivisione e collaborazione con UE e NATO, sia dalle proposte militari, che l’Italia deve attivare la sua inclinazione marittima e ciò in ambito europeo porrebbe il paese in una direzione di sviluppo diversa rispetto alle dinamiche continentali dell’UE di progressiva espansione verso i confini russi. Va ricordato che tutti i confini della UE andranno difesi secondo le impostazioni della EDA e della NATO con precedenza sulle armi aeree e terrestri.

Peraltro in Italia l’impostazione del Ministero della Difesa segue uno schema riduttivo, poiché la marina italiana risulta l’arma più sacrificata in un momento: a livello europeo oltre alla inferiorità alle flotte di Gran Bretagna e Francia, la Marina Italiana è stata superata anche dalle flotte tedesca e spagnola. Il problema navale dell’Italia è grave in quanto nel sistema di alleanze vige il criterio di intervento “laddove possibile e quando necessario” che non risponde certamente ai bisogni di sicurezza dell’Italia ma «solo a quelli che vengono percepiti dall’intera collettività degli Stati membri in misura almeno pari alla nostra». A tale proposito l’ammiraglio De Giorgi affronta un punto importante e cioè il fatto che l’Italia deve accettare la «necessità di fronteggiare da sola situazioni di contenzioso bilaterale con Stati terzi, nonché rischi e minacce maggiormente avvertiti dalla collettività italiana, rispetto a quanto avvenga in altri Paesi alleati». In tale eventualità la Marina Militare dovrà svolgere un ruolo non subalterno a quello Alleato perciò autonomo in grado sia di fronteggiare le emergenze quando non si possa fare sicuro affidamento sul tempestivo concorso diretto degli Alleati, sia di integrarsi efficacemente nei dispositivi alleati». Per svolgere tali compiti oggi i mezzi navali minimi necessari sono stati calcolati (valutazioni tecniche) in 80 unità di prima linea e relative linee di volo a supporto: tuttavia oggi la line navale italiana comprende 60 unità con alcune carenze che rendono necessario un rapido intervento governativo ai fini di un adeguamento dello strumento militare navale. Senza una inversione di rotta nella logistica navale, e nonostante l’ingresso in linea di 10 unità FREMM, 2 sommergibili e altre unità, entro il 2025 la flotta italiana si ridurrà del 65%, limitandosi a circa 21 esemplari, un livello definito inaccettabile da De Giorgi per una serie di motivi fra loro correlati[23].

Intanto la diminuzione della flotta avrebbe delle immediate ripercussioni sulla politica marittima del paese, annullando ogni potenziale proiezione dell’Italia verso quei perimetri che pur vengono ritenuti vitali ai fini della difesa degli interessi strategici. Le attuali intenzioni politiche sono piuttosto confuse, dal momento che anziché potenziale l’arma navale sono stati previsti finanziamenti per la produzione di una sola nave all’anno per il prossimo decennio, un risultato che non sfrutta appieno le capacità produttive nazionali (nell’ordine di 3-4 navi a seconda delle dimensioni). Secondo De Giorgi la Difesa deve approntare la costruzione di 30 navi per raggiugere nel 2025 la funzionalità minima della Marina Italiana con 50 unità. Il programma delineato, sebbene non sia un potenziamento della flotta ma una «riduzione meno drammatica» avrebbe un risvolto economico non indifferente, consentendo alla cantieristica nazionale di rilanciare una «realtà industriale d’eccellenza italiana, mantenendo il margine di vantaggio tecnologico rispetto ai Paesi concorrenti, indispensabile per la competitività dell’Italia sul mercato internazionale».

Le problematiche e le soluzioni proposte dall’ammiraglio De Giorgi consentirebbero, insieme con tutte le altre considerazioni geopolitiche, di avviare una maggiore attività nazionale che avrebbe la possibilità di svilupparsi anche per linee autonome nell’area del Mediterraneo Allargato, uno spazio vitale per l’Italia. L’aspetto meramente marittimo non è stato sottolineato con precisione nelle «Linea Guida» del Libro Bianco della Difesa, lasciando anzi trapelare delle contraddizioni per quanto riguarda gli scenari effettivi in cui è previsto il dispiegamento della strategia italiana. Nel documento, spiega De Giorgi, non si è validamente concentrata l’attenzione sulla rilevanza marittima della sicurezza, del benessere e dell’economia dell’Italia, col rischio di compromettere gli interessi nazionali energetici, economici e industriali[24]. Una ulteriore critica al documento da parte dell’ammiraglio verte sulla insufficiente attenzione conferita all’importanza della proiettabilità delle FF.AA. Infatti questa capacità operativa rende le forze armate impiegabili lontano dal territorio metropolitano per il tempo necessario «senza dipendere da Paesi terzi. Questo connotato è essenziale per conferire allo strumento operativo la flessibilità necessaria ad intervenire, con efficacia ed in tempi brevi, ovunque si renda necessario per tutelare gli interessi nazionali».

Questo aspetto è fondamentale, in quanto le «Linee Guida» sono orientate alla interdipendenza e specializzazione di ruolo militare da ricercarsi con i partner della UE, ma il concetto è pericoloso perché la competizione con le principali nazioni della UE e cioè la Francia, la Germania può relegare l’Italia a ruoli marginali[25]. L’idea di interdipendenza e specializzazione è collegata alla situazione finanziaria europea, ma ha il difetto di portare alla perdita inevitabile «di capacità acquisite dalle Forze Amate nel corso degli anni, con l’impossibilità di garantire un intervento autonomo quando/dove necessario e ripercussioni estremamente negative sull’industria della Difesa in termini occupazionali, di ricerca/sviluppo e di penetrazione industriale all’estero». Si evince, in generale, dai documenti richiamati e dall’analisi dell’ammiraglio De Giorgi la possibilità concreta di una attività politico-militare italiana in grado di proiettare la sua sfera di influenza sull’area ad essa più vicina per gli interessi nazionali. L’attività peraltro autonoma dell’Italia andrebbe sostenuta con forze armate adeguate e secondo una chiara impostazione politica che in questa fase di problematiche interne alla UE e di riposizionamento geopolitico internazionale in atto (rapporti NATO-UE- Eurasia), potrebbe consentire degli spazi di manovra impensabili fino ad oggi, quando le operazioni delle forze armate italiane svolgono attività in funzione supplementare, cioè non autonome.

 


 

[1]La PESC si fonda sugli articoli 21-28 del titolo V del Trattato sull’Unione Europea che indica fra i suoi obiettivi (in seguito alle modifiche del trattato di Lisbona 2007) la salvaguardia dei suoi valori [UE], dei suoi interessi fondamentali, della sua sicurezza, della sua indipendenza e integrità, insieme con lo sviluppo e il consolidamento della democrazia, E. CREDENDINO, La politica di difesa dell’Italia, pp. 28-29, in «Panorama 2010 su scenari internazionali e di crisi N. PEDDE – K. MEZRAN – V. VASSAR (a cura di)», Informazioni della Difesa, 2009.

[2]Nel 1999 il Consiglio Europeo di Helsinki stabilì la volontà della UE di istituire apposite strutture militari permanenti per garantire la direzione politica e strategica di operazioni guidate dall’Unione: il Comitato Politico e di Sicurezza (COPS), il Comitato Militare (EUMC), lo Stato Maggiore dell’Unione (EUMS). Sono stati inoltre creati dei nuclei di intervento rapido multinazionali definiti «forze di reazione immediata», Battlegroups, BGs, costituiti da 1.500 uomini con compiti secondo le missioni di Petersberg (in sintesi, missioni umanitarie e di soccorso, stabilizzazione, peace-keeping e peace-making). Fu prevista la creazione di una Forza di Reazione Rapida Europea di 60.000 uomini: nel 2003 gli stati membri misero a disposizione 117.000 militari, secondo l’Helsinki Headline Goal, HLG. 

[3]https://europa.eu/globalstrategy/en/european-security-strategy-secure-europe-better-world.

[4]Si veda: eeas.europa.eu/archives/docs/top_stories/pdf/eugs_review_web.pdf, pp. 9-11.

[5]H. KISSINGER, World Order, e-book, 2015, p. 95. Il ruolo eurasiatico della Russia si è manifestato soprattutto in Siria, dove ha evitato il collasso del paese ed allo stesso impedito piani occidentali di destabilizzazione dell’intera area, e nell’Asia orientale-Pacifico dove insieme con la Cina si sono appena svolte grandi esercitazioni militari congiunte (Восток, Oriente, 2018). 

[6]Nel dicembre 2001 Bush decise il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal sistema anti-missile balistico stipulato nel lontano 1972 (ABM, Anti-Ballistic Missile), azione che venne definita un errore da Putin, ritenendola propedeutica alla costruzione del sistema anti missilistico Usa in funzione anti-russa.

[7]R. DEL VECCHIO, Difesa Missilisticapp. 36-42, in «ID, Informazioni della Difesa, 2/2015». Nel 2015 l’Italia guidò la BAP con l’operazione «Frontiera Baltica» tramite quattro caccia Eurofighter 2000 Typhoon Italiani insieme con quattro MiG29 polacchi, A. CALIANDRO, Frontiera Baltica: l’Aeronautica Militare con la NATO in Lituania, pp. 8-14, in «ID, Informazioni della Difesa, 2/2015».

[8]Le candidature all’ingresso nella NATO della Ucraina e della Georgia aggravano i rapporti NATO-Russia.  

[9]www.ec.europa.eu/italy/news/20180914_Juncker_al_vertice_iniziativa_tre_mari_it. L’iniziativa, nata nel 2016, vede oggi l’appoggio del presidente della Commissione UE Juncker, invitato per la prima volta all’incontro di Bucarest in programma il 17-18 settembre 2018.

[10]A. DARDES, Difesa Comune Europea. La strategia dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la politica di sicurezza, pp. 92-101, in «ID, Informazioni della Difesa, 2/2017».

[11]IEA, Golden Rules for a Golden Age of Gas, World Energy Outlook 2012, pp. 78 sgg.; N. SARTORI, Politica europea dell’energia: il Corridoio Sud, p. 6, Osservatorio di Politica Internazionale, n° 56/giugno 2012. Mmc/a significa Miliardi di metri cubi annuali.

[12]www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/normativa/20130314_Strategia_Energetica_Nazionale.pdf, p. 111. Dal Golfo di Aden transitano per l’Italia 26 milioni di t di greggio provenienti da Arabia Saudita, Iran, Iraq e Kuwait, insieme con le navi metaniere di GNL dal Qatar, P. QUERCIA, La sicurezza delle rotte marittime italiane nell’estero vicino, pp. 34-40, in «Informazioni della Difesa», n° 6/2013, «La sicurezza energetica nel XXI secolo: prospettive dall’Italia e dal Mondo».

[13]www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/SEN_Audizione_Parlamentare_1marzo2017.pdf, p. 38. 

[14]Ibid., pp. 141-143.

[15]Ibid., pp. 146 sg.

[16]Ibid., pp. 154 sgg.

[17]M. CECCORULLI, La dimensione marittima dell’Unione Europea nel Mediterraneo allargato. Opportunità, rischi e prospettive,Centro Militare di Studi Strategici 2015, pp. 32 sgg.

[18]Ibid., p. 62.

[19]Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa. Linee Guida, p. 2.

[20]Ibid., p. 8.

[21]Ibid., p. 10.

[22]G. DE GIORGI, Le linee programmatiche della Marina Militare nell’attuale contesto geo-politico, Dialoghi Diplomatici, Roma 13 ottobre 2014, pp. 7 sgg.      

[23]Ibid., p. 9.

[24]Ibid., p. 16.

[25]Ibid., p. 17.

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