Storia del federalismo in salsa italiana (3)

Sul regionalismo differenziato abbiamo espresso tutto il nostro dissenso e preoccupazione con un comunicato di alcune sttimane fa. Con questo post continuiamo il lavoro di collegamento del presente al passato prossimo in cui sono stati posti i semi della mala pianta con cui oggi abbiamo a che fare. Perché le richieste delle tre regioni che già qualcuno chiama «le tre Regioni del Lombardo-Veneto», non spuntano fuori dal nulla improvvisamente, ma hanno una loro storia sotterranea.

Vi raccomandiamo, mentre leggete, di non dimenticare mai il trilemma evidenziato nella prima puntata di questa breve ricostruzione a puntate del federalismo in salsa italiana (avvelenata per di più dalla tossina dell’austerità di provenienza Ue): il principio del pareggio di bilancio, il decentramento della spesa, e i livelli essenziali delle prestazioni. Tutti e tre insieme non possono essere ottenuti.

 

In assenza dei Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) si decise di ragionare in termini di fabbisogni standard di servizi del territorio e di capacità fiscale dello stesso. Il Fondo di solidarietà comunale avrebbe dovuto intervenire là dove la capacità fiscale del territorio non era sufficiente a finanziare il fabbisogno standard. Ma già vi starete accorgendo che ciò avrebbe significato la rinuncia di risorse da parte dei comuni con capacità fiscale maggiore (sentite come proprie perché derivanti da tributi versati dai cittadini del proprio comune) a favore dei comuni con capacità fiscale minore.

Già sentite il ringhio e vedete il bianco candido delle zanne?

Il governo centrale, il cui compito principale all’interno del magico incantesimo neoliberista degli eurumani di Bruxelles era ottemperare all’art. 81 della nostra Costituzione deturpata, aveva messo i comuni dentro una gabbia, l’aveva chiusa a doppia mandata e aveva lasciato che se la vedessero tra di loro.

Non ci vuole un genio per capire come sarebbe andata a finire. Basta solo un minimo di esperienza del mondo e degli uomini, esperienza non distratta, mediata e ottusa dalla dose massiccia di melassa che viene immessa nei cervelli degli italiani dai massa media nostrani. E andò proprio come doveva andare: il fabbisogno standard prese la forma del fabbisogno storico, e alcuni servizi presero la forma di diritti solo là dove erano erogati, dove non lo erano, ciccia. Il governo approvò i fabbisogni standard così concepiti il 27 marzo del 2015.

Pochi giorno dopo il Governo e l’Anci (l’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia) formarono l’accordo sulla ripartizione del Fondo di solidarietà comunale: per l’80% sarebbe stato ripartito secondo il criterio della spesa storica (a soddisfare il fabbisogno storico), mentre il 20% avrebbe dovuto avere funzioni perequative. Ma erano tempi di tagli, l’art. 81 e gli eurumani vicini e lontani mostravano particolare appetito, così in quell’accordo fu presa una decisione particolarmente fantasiosa: fu deciso di perequare integralmente … una parte del fondo perequativo, il 45,8% per l’esattezza. E lo si fece diminuendo artificialmente la capacità fiscale dei comuni (soprattutto di quelli con gettito fiscale diversificato e sostanzioso) considerando solamente quelle relative a Imu (Imposta Municipale Unica) e Tasi (Tassa sui Servizi Indivisibili). In tal modo la capacità complessiva dei comuni italiani si dimezzò, con lei il Fondo di solidarietà comunale e di conseguenza la sua parte destinata alla perequazione.

Ricordate il trilemma? Il pareggio di bilancio fu salvo, il decentramento della spesa fu salvo, i livelli essenziali delle prestazioni furono sacrificati. Solo la penetrazione sin nell’ultimo neurone del cervello di carnefici e vittime di questa storia, del moralismo economico neoliberista, per cui il ricco è ricco per suo esclusivo merito individuale, e il povero è povero per sua esclusiva colpa individuale, e del dogma economico che la moneta debba essere una merce come tutte le altre, può spiegare come possa essere stato accettato che il benessere dei cittadini sia stato sacrificato sull’altare del pareggio di bilancio.

L’accordo del 2015 avrebbe dovuto essere transitorio in attesa della definizione dei Lep, ma piano piano cominciò a prendere piede l’idea che se in un comune il servizio non esisteva era perché non era richiesto, e se non era richiesto non serviva. Questa misera giustificazione, degna della bassezza morale del personale politico della seconda repubblica, era chiaramente tesa a nascondere il vero problema:

  • la definizione del Lep avrebbe significato garantire un livello essenziale di servizio che tutti i comuni italiani avrebbero dovuto erogare;
  • ma i costi stimati di tali servizi erogati superava la capacità fiscale dei comuni, il ché significava che lo stato centrale avrebbe dovuto colmare il divario;
  • ma lo stato centrale aveva come compito l’avanzo di bilancio per tener calmi i creditori in regime di austerità;
  • il ché di conseguenza avrebbe significato che, per garantire i Lep in tutti i comuni, sarebbe stato necessario abbassare il livello dei servizi nei comuni più ricchi del Paese.

La solidarietà nell’età del “non ci sono soldi“, dello stato ridotto a una azienducola qualsiasi. Intendiamoci: dal nostro punto di vista, il problema non sta nel comune ricco che difende con i denti le tasse che raccoglie nel suo territorio, ma nel comune ricco che accetta e abbraccia queste idee, condivise peraltro praticamente dalla totalità degli amministratori dei comuni poveri. E sono queste idee e convinzioni che hanno reso così taccagni e privi di scrupoli i primi e così passivi e fatalisti i secondi.

E anche per questa volta è tutto. Diffondete il post e continuate a seguirci.

 

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Screenshot_2018-08-30 Patriottismo Costituzionale

Un commento

  1. In merito ai livelli essenziali delle prestazioni (di cui all’art.117 Cost., lett.m) , si
    riscontra anche l’incremento di forme discriminatorie negli ambienti di lavoro, sempre a danno delle solite categorie. Soffermero’ l’attenzione, in particolare, sui disabili. La disabilità, ‘come sappiamo è una condizione umana che espone ad un forte rischio di discriminazione sociale e che la società è responsabile della eliminazione di ogni tipo di barriera che impedisca il godimento diritti da parte dei cittadini che ne sono colpiti. Ciò come principio di eguaglianza costituzionalmente garantito all’Art.3, co.2.Tuttavia, se si pensa ai disabili in stato di gravità che necessitano di assistenza continua, per sopperire alla loro non autosufficienza, frequentemente la discriminazione si manifesta in forma ancora più acuta e subdola, anche indirettamente, colpendo due volte: caregiver e disabile.
    Nel caso in cui il caregiver sia anche lavoratore dipendente, sebbene autorizzato a fruire dei permessi per assistere il disabile, viene sottoposto a una serie di incombenze burocratiche da parte datoriale, ben superiori a quelle richieste dalla legge per giustificare l’assenza, oppure la non applicazione di condizioni di flessibilità,pur previste dalle leggi e dai contratti collettivi, ostacolando di fatto l’effettiva assistenza al disabile. Tutto ciò in un sistema pubblico dell’assistenza, quasi totalmente latitante che affida alle famiglie l’arduo compito. Ma a questa desolante realtà si aggiunge una ulteriore forma di discriminazione, dovuta ad una lacuna normativa in materia di ferie solidali. Questo nuovo istituto che dovrebbe essere una recente conquista di civiltà, viene stabilito dall’art.24 del D.Lgs n.151/2015 (Jobs Act) che lo introduce nel nostro ordinamento, dando la possibilità ai lavoratori dipendenti da uno stesso datore di lavoro, di cedere a titolo gratuito parte delle ferie e riposi spettanti a favore di colleghi caregiver “al fine di consentire a questi ultimi di assistere i figli minori, che per le particolari condizioni di salute necessitano di cure costanti…secondo le modalità stabilite dai contratti collettivi…” Dunque, la normativa sopra indicata, escluderebbe dal novero dei beneficiari dell’istituto solidaristico per l’assistenza del coniuge, del proprio genitore, o di figli disabili non minori e il datore di lavoro non potrebbe consentire tale “donazione”.
    Ciò nonostante precedenti pronunciamenti della Corte costituzionale (Cost. 158/2007) che già aveva evidenziato come determinati istituti debbano intendersi “nel più ampio disegno di tutela della salute psicofisica del disabile prefigurato dalla legge”. È rilevante il fatto che tale istituto delle ferie solidali, non gravi sugli interessi dei datori di lavoro privati o pubblici che siano, non comportando per essi maggiori costi per il personale, bensì sostenuti integralmente dal lavoratore cedente al collega, quali ferie eccedenti le quattro settimane irrinunciabili.
    Ebbene, seppure la modifica normativa non costi nulla e non graverebbe così “drammaticamente” sulla spesa (pubblica, in caso di datore di lavoro pubblico) si ignora ai tavoli contrattuali e, peggio ancora, nelle sedi decisionali per correggere un vergognoso errore normativo che aumenta non solo diseguaglianze e svantaggio dei disabili, ma che ci fa permanere ancor più in una “società liquida”..in cui, per dirla con Bauman “l’incertezza è l’unica certezza”.

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