Perché non possiamo non dirci italiani

Pubblichiamo l’editoriale di Lucio Caracciolo all’ultimo numero di Limes, Una strategia per l’Italia. Al netto della condivisione degli aspetti particolari della sua analisi del momento particolare vissuto dal nostro Paese, la pubblichiamo soprattutto perché ci piace e ne condividiamo l’approccio complessivo alla questione Italia, declinata nella necessità di uno Stato che pensi strategicamente in maniera coerente al proprio peso, con realismo e lucidità, mai dimentica del suo ruolo e obiettivo: il benessere dei suoi cittadini.

C’è stato un periodo in cui la nostra (Prima) Repubblica ha fatto questo, e ha perso, per peso delle forze contrarie, per errori commessi, ma anche e soprattutto per debolezze e divisioni interne, dovute tutte alla mancanza di una sano amor patrio, uscito devastato dall’8 settembre 1943. «Patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia» scriveva Umberto Saba in Scorciatoie e raccontini. Ma dopo quella data, a noi pare che, nella maggioranza degli Italiani, lo stato mentale dominante nei confronti del loro Paese sia stato l’autorazzismo, declinato in tante forme, tutte coincidenti in una autocompiaciuta e quasi ostentata impotenza nei rapporti internazionali, che spesso però mascherava compensatori sentimenti di superiorità individuali o etnico-culturali o calcistici. Come afferma Lucio Caracciolo in un passo del suo editoriale, da lì dobbiamo partire, da quella data, da quella ferita mai veramente curata, ma semplicemente coperta alla bell’e meglio con l’esperienza eroica della Resistenza.

Buona lettura

 

di Lucio Caracciolo

1. Questa rivista di geopolitica è nata italiana e ambirebbe restarlo. Ne è condizione l’esistenza dell’Italia. Per questo la Repubblica Italiana deve farsi Stato nel senso forte, compiuto del termine. Altrimenti la storia la travolgerà. Con la esangue repubblica non sarebbe però seppellita la nostra identità. L’idea di Italia. Mito davvero formidabile, capace di attraversare i secoli con andamento carsico senza coagularsi in Stato, dopo che la sua versione romana, codificata tra Augusto e Diocleziano, affondò con l’impero. Perché contro la vulgata antitaliana cui troppi italiani volentieri sacrificano, la nostra nazione non è artificio di un complotto chiamato Risorgimento. È espressione di una sostanza antropologica, linguistica, culturale dalle radici bimillenarie. Quel che noi stentiamo ad ammettere ce lo riconosce uno tra i massimi poeti del Novecento, l’italofilo anglo-americano Wystan Hugh Auden, sotto forma di retorica interrogazione: «C’è in Europa un altro paese dove il carattere del popolo sembra essere stato così poco toccato dal cambiamento politico e tecnologico?» [1]

Il mito dell’Italia è stato inventato, curato e tramandato da esigue ma tenaci élite letterarie use remar controcorrente. Mai fummo Stato senza nazione, molto più nazione senza Stato. Lo stigma originario della nostra repubblica ci classifica provincia europea dell’impero americano. Al grado massimo tra 1949 (ammessi da subordinati a co-fondare la Nato) e 1992 (fine della Prima Repubblica, conseguente all’esaurirsi della guerra fredda). Oggi in veste meno cogente per la più lasca presa di Washington sul Vecchio Continente, da non scambiare per preludio a un improbabile arrocco oltre Atlantico. Ma anche per l’intrusione dello sfidante cinese e del suo riluttante socio russo nel quadrante euromediterraneo, perfino nello Stivale, rielevandone la temperatura strategica. Evaporata la nebbia europeista di misconosciuta marca americana, eccoci seminudi ad affrontare le onde della storia. Sorprendentemente sorpresi del suo ritorno, che l’antistorica ideologia dell’affratellamento europeo ci assicurava impossibile. Allegramente intenti a sbriciolare quel che residua dello Stato – «stupenda creazione del diritto», «vero principio di vita» (Santi Romano) di cui la nostra gracile repubblica non avvicina l’idealtipo – ci scopriamo inadatti a fronteggiare le antiche o novissime contese fra soggetti nazionali, sempre più costretti nel solipsismo nazionalista. Ci scopriamo fuori tempo e fuori luogo, perfettamente impreparati. [2] Vorremmo sottrarci alla mischia. Non possiamo. Dobbiamo semmai contribuire a scongiurarne la possibile deriva bellica. Se non intendiamo perdere quel poco di Stato e quel molto di nazione che tuttavia siamo, il tempo stringe. Le tendenze strategiche, demografiche, economiche e socioculturali in corso promettono brusco declino, in scenari tutt’altro che per noi benevoli, gravati da ripide divaricazioni territoriali. Nei quali potremmo naufragare in stato di beata incoscienza, invano contando sul soccorso altrui. Nell’editoriale del primo numero stabilimmo che «Limes intende sollecitare la riflessione sull’interesse nazionale italiano». [3] Dopo mezzo secolo di glaciazione del pensiero strategico, una rivista intitolata alla geopolitica, immune dal politichese, deputata a scernere il nostro interesse nelle partite post-guerra fredda, pareva davvero troppo. Fummo accusati di fascismo. Oggi quei termini già sulfurei occorrono frequenti nella bocca di chi li rigettava. Svuotandoli di senso.

Questo volume vuole rinnovare l’impegno originario, contrastare la chiacchiera ingenua o nichilistica sgorgata dalla rottura dei tabù introiettati dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale. Si espone alla confutazione suggerendo proposte, fondate su disincantate analisi, all’altezza delle sfide che ci investono. Obiettivo: riflettere insieme su come ricostruire il soggetto Italia. Sintesi di Stato e nazione, commisurata alla nostra taglia, immune tanto dalla ridicola grandeur che dalla patetica petitesse. Realismo impone ad ogni attore geopolitico di professarsi non meno di quel che sembra, giusto il motto dello scespiriano conte di Kent. [4] Tutto sembra negare l’utilità di questo esercizio. Da troppi decenni siamo abituati a obliterare le precondizioni del ragionamento geopolitico: storia e geografa. Soppiantate perfino nei curricula scolastici dall’immangiabile «geostoria», negazione dell’una e dell’altra. Come coltivare un’identità condivisa stralciandone ascisse e ordinate? Peggio: economicismo, pangiuridicismo e altri -ismi ci catapultano in un’ecumene di fantasia, che presumiamo reale. Inutile perdersi in congetture strategiche. Siamo quel che siamo, ovvero quel che siamo stati e sempre saremo. La strategia è roba da grandi potenze. A noi il privilegio di restare confitti in un poco invidiabile destino. Dissentiamo. Vero il contrario: gli Stati che poggiano su ricche riserve di potenza possono concedersi qualche vacanza strategica; chi non ne ha, e lotta anzi per la sopravvivenza, deve compensare in parte tanto defict con il ragionamento strategico. Esercizio impensabile in vitro. Plausibile solo se immerso nelle dinamiche geopolitiche correnti, consci che revisionare e reimpostare in corsa le istituzioni nazionali si fa dentro e non contro la storia. Fertile a patto di tenere i piedi piantati nel nostro spazio canonico, scrutando l’orizzonte con duplice movimento: dal presente al passato, ricostruendo il flusso storico in cui siamo immersi, così misurando l’angolo di cui disponiamo nel progettare il futuro; dal contesto esterno al perimetro domestico, per esplorarne risorse, sondarne vincoli e contrasti, saggiarne tattiche. Solo allora potremo indurne strategia. A sua volta oggetto di permanente verifica. Incardinata nella cartografa, nemesi di ogni ideologia. Per ordine.

2. Consideriamo la nostra semenza. E scopriamo che Aleksandr Sergeeiv Puškin, geniale italofilo russo, non aveva torto quando, non troppo prima del battesimo del nostro Stato unitario, cantava «Italia terra magica». Perché riunire sotto una sola bandiera gli Stati e staterelli che frastagliavano la Penisola dopo il Congresso di Vienna pareva delirio. L’Italia è stata il primo miracolo italiano, come ci ricordava Luciano Cafagna nel suo scintillante studio su Cavour. [5] Fuor di oleografia, difficile concepire come il concorso di tanti ostacoli alla statualizzazione dell’identità italiana non abbia stroncato quel che a giusto titolo pareva, ancora a metà Ottocento, sogno di pochi e incubo di molti. Allineiamo i principali impedimenti, per titoli: carenza in Penisola di una grande potenza federatrice, di una Prussia italiana, categoria cui non poteva aspirare il Piemonte né intendeva aderire il papa, erede dell’impero e titolare di una missione universale; indisponibilità o avversione dei massimi attori continentali a promuovere un qualsiasi Regno d’Italia dopo averne stroncato l’ambiguo prototipo napoleonico; distonia strutturale fra i sistemi produttivi del Nord e del Sud – valga solo per chi tuttora giurasse sull’apriori del determinismo economico; provincialismo e riflesso di autoconservazione delle classi dirigenti accomodate nei rispettivi recinti. Se tuttavia l’Italia si fece, fu per il concorso di due affluenti, il primo esterno l’altro interno alla Penisola, fortunosamente incanalati a sfociare nel letto di un fiume sotterraneo, spingendolo in superficie. Intendiamo anzitutto le rivoluzioni politiche e sociali e i connessi revisionismi geopolitici che già nei tardi anni Quaranta annunciavano in Europa la crisi terminale dell’ordine di Vienna. Insieme, il fascino profondo dell’idea d’Italia, certo minoritaria, epperò più antica e ramificata di quanto in camera di carità la stessa pedagogia risorgimentale volesse concedere. Pensiamo al costituzionalismo corso, al filone illuministico e rivoluzionario napoletano, in fertile scambio con i con consentanei spiriti milanesi. A loro modo interagenti con centrali sovversive europee, addirittura sudamericane. [6] Ma per deviare le correnti e indirizzarle verso la confluenza nel fiume Italia serviva un regista. Non avremmo l’Italia, o ne avremmo una diversa, senza il genio di Camillo Benso conte di Cavour, matematica esemplificazione del ruolo della personalità nella storia. Maestro di creativa geopolitica ante litteram, capace di derivare somme qualitativamente superiori alla collazione degli addendi. Domando e sfruttando personalità strabordanti quanto contraddittorie, se prese ciascuna per sé, sterili in vista del progetto di fare una l’Italia. Come il suo non amato monarca Vittorio Emanuele II (numerale conservato da primo re d’Italia, per non incrinare il principio dinastico), il fin troppo popolare Garibaldi, eroe dei Due Mondi da lanciare e controllare, il fervido Mazzini, innamorato d’Italia e d’Europa, però inguaribilmente repubblicano. Su tutti Napoleone III il Piccolo, non perspicuo imperatore dei francesi, che volle usare della contigua dépendance sabauda finendo per esserne usato – raro caso di proficuo impiego nostrano del vincolo esterno. Sempre grazie a Cavour. Di qui l’enfasi di Piero Gobetti, cui il Risorgimento parrà «soliloquio di Cavour». [7] Certa storiografa ama risaltare il paradosso del primo capo del governo italiano che di geneticamente e culturalmente nostrano aveva poco. Francofono di madre svizzera, Cavour si appropriò a fatica dell’italiano come di lingua morta – quando praticava l’idioma del sì mostrava di star traducendo mentalmente dal francese. La formazione era essenzialmente franco-inglese, maturata fra Parigi e Londra, Ginevra e Bruxelles. La cultura vasta ma non letteraria, atta all’imprenditore agricolo e all’uomo d’affari che fu – anche. Il tono liberale e moderato, consono allo scaltro pragmatismo orientato al juste milieu, dopo aver lui ogni volta fissato i fungibili estremi fra cui mediare. Non ultima, la certa idea di sé, da cui trapelava incomprimibile megalomania («il re sono io», sbottò in faccia a Vittorio Emanuele). Qui interessa tuttavia tracciare il profilo geopolitico della sua impresa, decisivo marcatore di lungo periodo. Indispensabile parametro per interpretare l’Italia di oggi illuminandone la continuità con l’altro ieri. Per estrarne due lezioni. Prima. L’idea d’Italia contiene in sé qualcosa di irrimediabilmente universale, distillato dalle origini romane e preservato dalla Chiesa cattolica. Ciò che aiuta a spiegarne tanto il fascino «globale» quanto la tuttora incompiuta traduzione in Stato nazionale. Altrimenti perché uno «straniero» come Cavour si appassionò a realizzarla, fino a morirne d’esaustione, appena tagliato il traguardo? Forse solo la causa greca, dotata di almeno altrettanta fascinazione culturale, poteva calamitare nella temperie romantica del primo Ottocento adesioni similmente ecumeniche. In nome di un passato mitico che proprio nulla aveva a spartire con il presente ma che poeti e avventurieri allogeni, specie inglesi, seppero volgere al servizio della pretesa resurrezione dell’Ellade. Scontate le differenze di tempo (marginali) e di temperamenti (abissali), forse che l’adesione spirituale di Lord Byron – e dello stesso Puškin – alla Grecia era così fondamentalmente altra rispetto a quella di Cavour all’Italia? Filellenismo e italo-filia esprimono il richiamo delle grandi civiltà. Tale parallelo individua un carattere permanente dello Stato italiano nelle sue diverse incarnazioni, quello di derivare dalla fusione di vettori domestici ed esterni. I quali ultimi non rinunciano ad affermarsi interni alla creatura di cui sono stati levatori, siano la Francia neo-imperiale o gli Stati Uniti d’America all’apogeo della potenza. Seconda. Per Cavour la politica non era fine in sé ma strumento per «una Italia grande forte gloriosa quale l’abbiamo sognata nei nostri giovani anni». Nulla meno che «la più bella impresa dei tempi moderni». [8]

Ora, quale atto è più geopolitico della fondazione – meglio: invenzione – di uno Stato? Sarà stato moderato in punto di dottrina politica, ma Cavour fu rivoluzionario in geopolitica. Nella sostanza strategica, non solo nelle imprese coraggiose e nelle nobili intenzioni, come Garibaldi e Mazzini. L’impresa cavouriana illustra il primato della geopolitica sulla politica. Prima l’Italia, poi il liberalismo. Il nesso fra le due prospettive, pur inscindibile, non è affatto pari. È gerarchico. La riprova? Roma capitale. Scelta curiosa per un piemontese sedotto dal progresso e dalla modernità europea, molto meno dal paesaggio italiano, assai poco frequentato, comunque mai a sud di Firenze. Indurre da Torino un parlamento piuttosto dialettale a trasferire la capitale nell’«eterna città», cara anche agli stranieri «che giudicano le cose d’Italia con imparzialità ed amore» (ancora il tasto universal-italofilo a legittimare una scelta nazionale), non fu per Cavour atto spontaneo né scontato. Fu anzi «gran dolore», per l’affezione alla città natia accoppiata alla modesta attrazione che la monumentalità dell’Urbe suscitava nella sua «indole poco artistica». Ma «senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può fare». Perché solo ricentrando lo Stato su Roma si sarebbe potuto «porre un termine assoluto» ai dissensi intestini su quale fra le aspiranti città regine d’Italia avesse maggior titolo per incoronarsi capitale. [9] Roma centro politico, strategico, geografico e burocratico quale antidoto a municipalismi, particolarismi, sub-nazionalismi. Suona familiare?

3. Dello Stato italiano fondato il 17 marzo 1861 tendiamo a rimuovere che morì d’infarto l’8 settembre 1943. La Prima Repubblica, proclamata nel 1946 sotto tutela alleata ed eretta tre anni dopo a semi-protettorato americano, incardinata via Nato nell’Occidente antisovietico quale sentinella della sua frontiera sudorientale, è la seconda forma della stessa Italia. Originata dalla catastrofe del fascismo, sogno estremo della più grande Italia culminato nel suo azzeramento. Ultima febbre del Risorgimento. E suo perfetto opposto, incarnato dal dilettantesco avventurismo del Duce appetto al realismo agile di  Cavour. Ma nient’affatto parentesi nel fruire della storia patria, «invasione degli hyksos» (Benedetto Croce, non proprio portabandiera degli anti-hyksos). Come invece vorrebbe la pedagogia post-fascista, che nel cambio di veste politico-istituzionale legge l’avvento di un popolo nuovo, pacifico ed ecumenico, immune dal nazionalismo perché insensibile all’idea di nazione. Forse inconsapevole esibizione di arroganza, giacché la rinuncia al nostro punto di vista può implicare la pretesa di rappresentarne la versione universale. Dalla negazione della nazione al delirio del popolo eletto il passo è breve. Per nostra fortuna nessuno, nella solidale ecumene cui ci immaginiamo inscritti, pensa tale l’italiano. Potenze più o meno grandi traggono anzi dall’autonegazione della soggettività italiana (o dalla sua retorica esibizione, che è lo stesso) l’ovvia conseguenza di poterci trattare da oggetto. Compensandoci con quel posto al tavolo d’onore che ha sempre ingolosito l’ego dei nostri politici e diplomatici, per il divertimento dei loro omologhi. Salvo scoprirsi afoni una volta accomodati sullo strapuntino gentilmente riservatoci al banchetto di chi sa e può quel che vuole. Quasi l’8 settembre non fosse triste pagina da consegnare ai manuali di storia – possibilmente senza elevarla ad alfa e omega del presunto carattere italiano – ma virus resistente a ogni terapia, impedimento permanente alla nostra abilitazione internazionale. Da quel trauma conviene riprendere il filo dell’analisi che intende determinare la nostra attuale condizione geopolitica. Dunque i limiti e le possibilità di una strategia per l’Italia. Per cominciare, collochiamo il «tutti a casa» nel flusso della nostra storia. Con il vantaggio della prospettiva, stabiliamo che certo l’8 settembre simboleggia il crollo dello Stato duale, monarchico-fascista, vittima della propria propaganda che ne aveva a tal punto depresso le capacità strategiche da spingerlo alla suicida subordinazione a Hitler. Salvo poi illudersi di poter saltare sul carro dei vincitori conservando lo status di minore fra le maggiori potenze – nessuna delle quali ha mai considerato l’Italia pur vaga parente. Visto da altra angolatura quel giorno fatidico si svela premessa tragica ma inevitabile della continuità d’Italia, sia pure in formato drasticamente ridotto. L’8 settembre morì lo Stato, non la nazione. Tantomeno l’idea d’Italia.

Vero: per gli ultimi due anni di guerra lo Stato era scomparso, inghiottito nel nulla. Perché sì, sulla carta si contavano due Stati italiani, l’uno infeudato ai tedeschi, che se ne servivano a piacimento, l’altro sottoposto agli alleati, i quali non sapevano che far(se)ne. Eppure su entrambi i fronti combattevano italiani in nome dell’Italia. Per loro merito e nostra fortuna prevalsero i partigiani. Poteva così nascere la Repubblica. La nazione aveva ricreato lo Stato. Chi sostiene che l’Italia fosse cabala massonica e/o artificio di potenze straniere rivaleggianti su terreno neutro deve spiegare come fu possibile che questo paese sopravvivesse a due guerre civili – la seconda contestuale al massimo confitto della storia mondiale – in meno di un secolo: la cosiddetta «lotta al brigantaggio», ovvero il completamento dell’annessione italiana delle Due Sicilie avviata dai Mille, con sportivo impiego della brutalità militare contro bande di compatrioti che non si volevano tali, e la Resistenza, che fantasticava d’averci riscattato agli occhi degli alleati. Grande e sincero fu lo stupore dei capi della Repubblica Italiana quando scoprirono che i vincitori non ci trattavano da redenti, perciò quasi pari. Per il semplice motivo che non avevamo vinto. Né sapevamo fingerci agguagliati ai trionfatori, recitandoci tali in stile francese. Ci eravamo tardivamente accodati allo schieramento vittorioso, così come tre anni prima avevamo optato per l’Asse, condannandoci alla sconfitta: se la Germania avesse prevalso ne saremmo scaduti a satellite, in caso contrario saremmo stati puniti dai suoi eversori. Fermiamo il punto decisivo: l’Italia ha perso la seconda guerra mondiale. Dunque nel dopoguerra potevamo al meglio proporci attori a handicap. Ancora oggi le gerarchie internazionali poggiano su quel confitto, termine a quo di una fase geopolitica inconclusa. Parrà banale. Non lo è affatto. Per decenni nelle nostre scuole si è insegnato – e si continua a divulgare, nella flebile misura in cui la storia patria è raccontata – che grazie alla Resistenza l’Italia si era emendata agli occhi del mondo, meritandosi il recupero della sovranità. La quale via articolo 1 della costituzione repubblicana (1948) «appartiene al popolo». Per discernere quale fosse l’effettivo grado di sovranità della Seconda Italia – la Prima Repubblica – sarebbe bastato considerare la noncuranza con cui a confitto formalmente terminato la Jugoslavia poté promuovere le sue ambizioni espansionistiche verso la Venezia Giulia. Per tacere delle mire della Francia su Val d’Aosta e ricche porzioni di Piemonte e Liguria, stroncate solo dall’altolà di Truman, precoce dimostrazione che il protettore a stelle e strisce sa adempiere letteralmente la sua missione nominale, qualora coincidente con il proprio interesse. Documento fondativo della Seconda Italia è il trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Precedente cronologico, logico e geopolitico della costituzione del 1948. E su di essa prevalente. Per intendere la parabola del nostro Stato, dalla rinascita a oggi, è consigliabile studiarne quella costituzione geopolitica, con cui chi ci aveva sconfitto volle fulminarci d’interdetto. L’Italia vi è infatti trattata da oggetto. A rigore, ne è così negato il senso: uno Stato che sia all’altrui disposizione è contraddizione in termini. La misura di quel che siamo stati da allora e di ciò che potremmo essere domani grazie ai gradi di sovranità guadagnati o ripersi determina la cifra della Repubblica Italiana. Quanto abbiamo risalito la curva che dal sottozero dell’8 settembre e dalla certificazione della nostra retrocessione geopolitica nel girone dei vinti quattro anni dopo traccia la riconquista di quel minimo di sovranità e d’autostima senza il quale non ha senso discettare di strategia? Per determinarlo occorre stabilire dove fossimo nel settembre del 1947 quando il capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, smaltita la crisi di nervi che lo aveva indotto a scaraventare dalla scrivania i fogli del trattato di una pace cartaginese, si decise ad apporvi la firma di ratifica, negando a sé stesso fosse tale. Le potenze vincitrici ci avevano presentato un dettato punitivo, non negoziabile, che fra l’altro ci privava di tutte le colonie e correggeva a vantaggio dei vicini le nostre frontiere occidentali e orientali. Prendere o lasciare. Nel secondo caso, gli alleati occidentali si sarebbero contesi un mandato fiduciario sull’Italia del genere di quello che poi ottenemmo per la Somalia. O forse l’avrebbero spartita come la Germania. Non restò che prendere. Inutilmente il 10 agosto 1946, rivolgendosi ai vincitori dalla tribuna della Conferenza di pace di Parigi, Alcide De Gasperi aveva messo agli atti, con disillusa dignità («sento che tutto è contro di me»), il dolore di chi si riteneva ingiustamente costretto a pagare il conto dei crimini fascisti. Il capo del governo italiano stupiva della sua condizione di «imputato». Non coglieva che ai vincitori poco interessava il regime politico in Italia. Il loro obiettivo era stato e restava geopolitico: la debellatio di uno Stato che aveva preteso di essere più di quanto fosse. [10]

Date queste premesse, una stringente analisi geopolitica – sperabilmente funzionale a una pur tiepida catechesi nazionale – non può che registrare con ammirazione il percorso dell’Italia nella guerra fredda. Segnato certo dal miracolo economico, di cui meniamo eccessivo vanto. Maggiore considerazione dovremmo esibire riguardo alla performance geopolitica della Prima Repubblica. Quell’Italia ha avuto una strategia. In sintesi: godere del semi-protettorato americano (Nato) e delle sue derivazioni vetero-continentali (Cee) per recuperare rango, influenza e latitudine tattica sulla scena internazionale. Attingendo alla rendita di posizione quale paese cerniera fra Ovest ed Est, titolare di un tratto della cortina di ferro presso la soglia di Gorizia. E soprattutto dell’irradiamento conferitole dall’ospitare nella capitale il centro della massima confessione cristiana, perciò universalistica, tuttavia di matrice schiettamente occidentale. Senza trascurare il paradossale vantaggio di esprimere il maggior partito comunista del mondo, garantendoci così un prezioso grado di ambiguità, da impiegare quale mezzo di scambio al tavolo degli alleati. Tradotto in rozza geopolitica: avere una parte del paese, e non la meno abile, orientata verso il Nemico, ci elevava a sorvegliati speciali. Innalzamento apprezzabile del nostro status. Su cui potevano giocare i nostri capi politici che, fossero al governo o all’opposizione (sempre però in regime di consociazione), erano talmente imbevuti di ideologie internazionalistiche (comunismo) o addirittura ecumeniche (cattolicesimo) da coltivare legami espliciti e diagonali influenze con avversari e neutrali. Così evitandoci di scadere a Bulgaria della Nato. Sono passati quasi trent’anni dal tramonto del doppio paradigma guerra fredda/Prima Repubblica. Di Seconda Repubblica/Terza Italia non scorgiamo l’ombra. Se ombra c’è, è quella lunga del trattato di pace, con il suo memento: avete perso, non sarete più nella famiglia degli Stati che contano. In questa luce occidua osserviamo il parallelo sfaldamento delle legature sociali e istituzionali, lo scadimento di qualità dei «nobili di Stato» – gestori delle burocrazie cui in ultima analisi è affidata la continuità delle istituzioni – la perdita di senso del futuro testimoniata dal voto con i piedi di giovani validi e istruiti (moltissimi tra loro hanno lasciato casa in cerca di fortuna oltre frontiera). Non ultimo, dal declino demografico e dal contestuale invecchiamento della popolazione, che destabilizza quel poco di welfare da cui lo Stato trae quote irrinunciabili della propria legittimazione. Inevitabile che nella depressione si ricorra a tranquillanti o stupefacenti, ispirandosi a pre-nazionali glorie passate, vuoi fantasmi di gloriose repubbliche marinare con relativi corollari imperiali, vuoi (più sorprendentemente) Stati e staterelli preunitari. Nel festival dei particolarismi, per la prima volta dall’Unità è l’idea stessa d’Italia a finire sotto processo. Noi vogliamo credere che resisterà. Ma per questo non bastano gli atti di fede. Serve ridare senso e forza allo Stato unitario. Aggiornando la prospettiva risorgimentale: allora l’idea d’Italia fu premessa della fondazione dello Stato, oggi il suo rilancio potrebbe evitare che con le istituzioni nazionali evapori la nazione. Ridurre tale progetto alla dimensione interna ci depisterebbe in partenza. Per restare Italia urge operare contemporaneamente sulle due scale, la domestica e l’internazionale, usando una dimensione per irrobustire l’altra. Fissato l’obiettivo, prima di determinarne passaggi e tattiche conviene studiare il contesto esterno, più interno di quanto sospettiamo. Per individuare i vincoli e le risorse che l’ambiente geopolitico nel quale siamo immersi ci impone o ci offre.

4. L’Italia è direttamente coinvolta nella sfida fra Stati Uniti e Cina, asse su cui ruota la geopolitica planetaria. Il duello si dirama financo nello scenario euromediterraneo, nostro ambito di elezione, a sua volta scomponibile nei quadranti continentale, nordafricano e mediorientale. In questo incastro tridimensionale l’Italia è chiamata all’esercizio che le riesce meno spontaneo: scegliere. Stabilire l’obiettivo, verificare mezzi e percorsi per raggiungerlo, costruire la narrazione più adatta a mobilitare la nazione per l’impresa. In due parole, fare strategia. Per questo e con questo, finalmente dotarci di vero Stato. A costo di iper-semplificare, delineiamo prima i caratteri delle partite per noi strategiche e azzardiamo poi alcune scelte che ci avvicinino al traguardo. Non pretendendo siano corrette, ma profilandole con taglio secco per facilitare reazioni, obiezioni, controproposte. Rispettando il senso del limite, cui questa rivista è intitolata. Ma che vale verso il basso come verso l’alto: non pretendiamo l’impossibile, nemmeno però accettiamo di abbandonarci alla corrente. Provando a virare di qualche grado, forse l’equipaggio della barca ritroverà gusto a pilotarla, aggiusterà gli strumenti di bordo, recupererà fiducia nella comunità cui appartiene. Anche gli italiani possono farsi italofili. Il primo e decisivo girone è quello sino-americano. Con la Russia non spontaneo, provvisorio ma potente «brillante secondo» dell’Impero del Centro, effetto della decisione americana di trattarla quale reincarnazione altrettanto maligna dell’Unione Sovietica. Il tempo dirà se la scelta del Numero Uno di combattere insieme il Due e il Tre sia sconsiderata o geniale. La triplice sfida non è parentesi. Dovremo convivervi a lungo. Washington intende drasticamente ridurre l’interdipendenza economica, finanziaria e tecnologica propria e dei propri «amici e alleati» con Pechino, in modo da poter applicare alla Cina isolata il contenimento già vittoriosamente imposto all’Unione Sovietica. Contando sulla possibilità che come l’Urss anche la Repubblica Popolare soccomba alle contraddizioni del suo sistema, fratturandosi in una dozzina di Cine e così cessando di minacciare il trono del Numero Uno. Di qui l’intermittente battaglia dei dazi, finora più scenografica che sostanziale, accompagnata dall’interdizione degli investimenti e delle scorribande pechinesi nei settori dove l’America vede giocarsi l’egemonia in questo secolo: telecomunicazioni, intelligenza artificiale, ciberspazio, tecnologie di punta in genere, specie se duali. La Cina risponde spingendosi per la prima volta nella sua traiettoria plurimillenaria molto lontano dal suo nucleo imperiale, a caccia di risorse e influenza. Strategia limpidamente geopolitica, travestita con i suadenti panni delle nuove vie della seta. Però tradita dall’arroganza verbale, dalla scomposta gestualità di chi avverte quanto labili siano le radici della recuperata potenza. Quanto alla Russia, tenta di dimostrare anzitutto a sé stessa di non essere mera potenza regionale, ristretta nel cupo cortile post-sovietico. In disperata attesa che qualcuno a Washington si ricordi di offrirle un posto onorevole a bordo della flotta anticinese. Nel frattempo curando di non perdere contatto dalla penisola eurasiatica che noi chiamiamo Europa, lei Asia anteriore. Sfruttando l’interdipendenza energetica e le reti d’influenza amministrate dal suo spionaggio. Assicurandosi che la nuova cortina di ferro, assai più prossima a Mosca di quella storica, non scarrelli verso la frontiera orientale dell’Ucraina.

Nel secondo girone, l’euromediterraneo, si è surriscaldato lo storico duello fra Stati Uniti e Germania. Washington vuole sabotare ogni eccesso di intimità fra il suo indocile ex satellite europeo e i due nemici strategici, Cina e Russia. Se n’è avuta plastica evidenza alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aperta il 15 febbraio scorso dal più influente diplomatico tedesco, Wolfgang Ischinger, che indossava una tuta blu con le stelle gialle, a intestarsi la titolarità dell’Unione Europea. La divisa comunitaria è per la Bundesrepublik surrogato geopoliticamente corretto dell’identità nazionale, copertura dell’ambiguo tentativo di pacifica ri-germanizzazione, dopo i decenni di espiazione post-hitleriana. Ischinger l’ha esibita in voluta polemica con gli Stati Uniti, che trattano tedeschi e altri «veteroeuropei» da inaffidabili scrocconi, scoperti a flirtare con russi e cinesi all’ombra del protettore americano. Garbata replica al «Fuck Europe!» (leggi: Germany) con cui l’allora inviata di Obama in Ucraina, Victoria Nuland, commentò nel febbraio 2014 i fallimentari tentativi di mediazione tedesca, con accompagnamento franco-polacco, nella crisi che opponeva non proprio indirettamente Russia e Stati Uniti. Contemporaneamente assistiamo alla decomposizione dell’eterogenea famiglia comunitaria, incentivata dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, e all’accenno di ricomposizione, nello spazio Ue/Nato che Washington considera essenziale per il suo impero, di vecchi e nuovi allineamenti. Fondati su affinità geopolitiche (asse antirusso del Trimarium imperniato sulla Polonia che corre tra Baltico, Nero e Adriatico), economico-culturali (Nuova Lega Anseatica, settentrionale orto anticattolico e antimediterraneo oltre che russofobo, custode dell’austerità, disposto a un ipotetico euro del Nord costruito attorno alla Germania), o sulla necessità di fingersi fratelli (quanto resta della «coppia» franco-tedesca, che sente l’obbligo di autoconvocarsi in cerimonie solenni per mimare un improbabile allineamento). In attesa che l’arcipelago britannico stabilisca se ed eventualmente come mollare gli ultimi ormeggi europei. E di scoprire se la tregua balcanica stia davvero scadendo, riportando la regione alla sua canonica vocazione di miccia delle rivalità euroasiatiche. Unanimi gli europei sono solo sulla necessità di tenere a distanza Caoslandia – che si staglia a sud della direttrice Gibilterra-Canale di Sicilia-Egeo – temendo di esserne investiti via ingestibili migrazioni di massa e flusso o riflusso di jihadisti dai territori di guerra. Peccato che gli eurosoci declinino tale sentimento in ordine sparso, seguendo il precetto per cui chi sta più a nord scarica il problema sul vicino meridionale. Così l’Italia scade a estremo bastione europeo, pronti i vicini a fortificare le Alpi laddove finissimo inghiottiti dalle turbolenze afro-mediterranee. Infine lo scacchiere sudorientale, tra Turchia, Levante e Medio Oriente. L’intervento russo in Siria e l’incremento dell’attivismo cinese lungo le rotte marittime della seta hanno riportato questo spazio mai pacificato all’ordine del giorno, dopo la mascherata della «guerra al terrorismo» e il delirio sullo Stato Islamico minaccia globale. Con gli Stati Uniti pronti a cavalcare il cambio di regime a Teheran, in comunanza d’armi e di spirito con Israele, nel probabilmente vano sforzo di stabilire attorno al Golfo un simulacro di equilibrio della potenza fra Stati più o meno amici (Israele, Arabia Saudita più l’Iran riportato alla geopolitica filo-occidentale praticata ai tempi dello scià). La tensione con l’«alleata» Ankara, proiettata al recupero delle sue direttrici imperiali e islamiste, contribuisce a complicare il progetto. In tale contesto quali gli interessi, quali i margini di manovra dell’Italia? Già porsi la domanda svela la disposizione a non soggiacere agli storici limiti di soggettività, ambizione, capacità e continuità strategica che scolorano il nostro profilo. E a rivalutare quattro risorse fondamentali cui la Repubblica Italiana potrebbe attingere, elevandole da rendita potenziale a proficuo investimento qualora decidesse di competere davvero nell’arena geopolitica.

La prima è talmente ovvia che nemmeno ce ne curiamo: la collocazione geofisica al centro del Mediterraneo, crocevia strategico e commerciale fra Europa, Africa e Asia. Privilegio cui siamo insensibili, come dimostra l’arretratezza del nostro sistema portuale e la refrattarietà dello Stivale al mare che lo bagna. Quasi il circuito mediterraneo di romana memoria e le glorie marinare di Genova e Venezia non appartenessero alla nostra cifra storica. La seconda è il paradosso cattolico. L’Italia si fece contro la Chiesa. Ma oggi potrebbe servirsene quale trampolino verso il vasto mondo, nel quale la Santa Sede getta le sue reti per giocare una peculiare geopolitica, non solo spirituale. Finché Roma avrà il papa e la Chiesa sarà romana e universale, non dimentica della sua matrice italiana e della sua eredità imperiale, sarebbe imperdonabile non considerarla moltiplicatore molto più che vincolo. La terza consiste nel sottovalutato e poco sfruttato (da noi) marchio italiano. Secondo la classifica dei «migliori paesi» compilata annualmente da U.S. News and World Report, basata su interviste a oltre 20 mila personalità eminenti in 80 paesi, siamo numero uno mondiale sia per influenza culturale che per patrimonio storico-artistico. [11] L’Italia è per stile di vita (musica, moda, gusto, lusso, cucina eccetera) modello attraente, ovunque riconosciuto. L’italiano è quarta lingua di studio al mondo, dopo inglese, spagnolo e cinese, prima del francese. Sommato alla nostra tuttora rispettabile caratura economica e commerciale ma emancipato dall’economicismo per essere infine virato in geopolitica il marchio aprirebbe all’Italia spazi di influenza e ragioni di scambio estremamente favorevoli. La quarta, volutamente ignorata, è la legittimazione dello strumento militare. Non abbiamo Forze armate specialmente impressionanti e oggi incliniamo a smantellarne le residue eccellenze. Tuttavia, contro la retorica pacifista, gli italiani hanno mostrato di non opporsi per principio all’impiego della forza e di apprezzare il sacrificio dei cittadini in armi. Postura indispensabile a chiunque si affacci sulla caotica scena internazionale. Non abbiamo la vocazione del pistolero, ma ostentare la fondina vuota ed esibire un profilo angelico è spericolata arroganza. Una strategia italiana che tenesse bilanciato conto di tali vettori d’influenza, da declinare insieme ai fin troppo noti vincoli, potrebbe aderire alla traccia che segue.

Prima di tutto, e malgrado tutto, la relazione con gli Stati Uniti d’America. Forse non stimiamo e certamente non sfruttiamo abbastanza la pertinenza all’impero del Numero Uno. Anzi, ne prendiamo il peggio (la subordinazione per principio, sicché risultiamo facilmente manipolabili al capo cordata, o il piccolo tradimento, che ci conferma inaffidabili), senza trarne il meglio (il moltiplicatore derivante dal giocare nella squadra oggi vincente, malgrado le tracce di fatica strategica e certo struggente spleen tardoimperiale). Una relazione matura con Washington parte dal definire che cosa offriamo e dall’esplicitare che cosa vogliamo. Senza giri di frase. Anche per salire di categoria nella percezione differenziata che gli apparati americani hanno dei soci atlantici. Quanto al dare: a) siamo piattaforma logistica impareggiabile nell’area statutaria della Nato, ospitando basi, assetti di intelligence e armi nucleari americane, su cui di fatto non esercitiamo controllo; b) esibiamo nell’Eurozona profilo opposto a quello della Germania, sorvegliato speciale degli Stati Uniti nel continente, e con ciò contribuiamo a mantenere precario l’equilibrio fra i partner europei della Nato, come d’interesse americano; c) curiamo di tenere le nostre importanti relazioni con Russia e Cina al di sotto del livello strategico, perché non ci sogniamo di cambiare d’impero.

Sul fronte dell’avere il catalogo è questo: a) gli Stati Uniti non possono pretendere l’impiego dei militari italiani in missioni di destabilizzazione delle nostre aree di frontiera, di cui paghiamo le conseguenze sul territorio nazionale – adesione all’altrui impero non significa autodistruzione; b) Washington deve accentuare la pressione sulla Germania per allentarne le rigidità monetarie e fiscali, che ci depauperano e destabilizzano (il limes germanico taglia l’Italia in due), rischiando di far saltare l’euro, con effetti incalcolabili dunque da non sperimentare; c) dagli americani ci attendiamo che rinuncino a sabotare la nostra adesione ai dossier economico-commerciali della via della seta – una volta accettato di pre-negoziare con loro le linee rosse cui attenerci in materia – e a minare la per noi insostituibile interdipendenza energetica con la Russia, posto il nostro rifiuto di partecipare alla destabilizzazione del colosso eurasiatico. Nel contesto comunitario, tre imperativi: a) considerare le relazioni con Francia e Germania superiori a qualsiasi altra (ogni riferimento alla tragicomica «Internazionale dei nazionalisti» è voluto), giocando di sponda sulle loro differenze – ad esempio allineandoci ai tedeschi per temperare le pretese francesi in Nordafrica e proponendo a Parigi di cooperare per riformare la struttura dell’Eurozona in direzione contraria all’austerità germanica; b) scoraggiare le velleità di destabilizzazione della Russia coltivate dal fronte del Trimarium e rifiutarne le sirene neo-nazionaliste che contribuirebbero a sfaldare un continente già sufficientemente instabile; c) assumere un profilo visibile nell’area mediterranea, non per esercitarvi un’impossibile primazia ma per spingere i nordici a collaborare nella sua stabilizzazione. In Medio Oriente siamo fuori gioco. Almeno da quando abbiamo rinunciato a partecipare al negoziato con l’Iran, salvo pagarne il pedaggio ora che l’accordo 5+1 è saltato. In Nordafrica la priorità è scoraggiare ulteriori avventure destabilizzanti (capaci di minacciare ad esempio i transiti via Suez o le importazioni di gas dall’Algeria) e trattare con i locali poteri informali il contenimento dei flussi migratori dall’ex Libia. Con l’obiettivo di riaprire l’immigrazione legale, risorsa indispensabile per temperare il nostro inverno demografico.

5. È oggi l’Italia in grado di concepire e perseguire una simile strategia, oppure un’altra comunque fondata sull’analisi dei nostri interessi nazionali? Non parrebbe. Ma la storia non è rettilinea, tanto meno binario morto. La sua traiettoria disegna curve, incrocia sentieri alternativi. Virare è possibile, ma per non deragliare il corpo in movimento necessita di un vincolo cui applicare la forza centripeta che lo tenga in carreggiata. Fuor di metafora, serve lo Stato. La misura dell’Italia non sta solo nel rapporto fra debito e pil, assai più in quello fra strategia e istituzioni. A queste spetta generare l’attrito necessario a gestire gli scarti cui le dinamiche domestiche e internazionali ci obbligano, curandone la coerenza con i fini della comunità. Acrobazia permanente. È accademia concepire la riforma dello Stato come operazione statica, di laboratorio, pregando la storia di fermarsi in attesa che l’esperimento sia completato. Ed è illusorio immaginare, all’opposto, che la funzione determini di per sé la struttura, come insegna la mesta parabola dell’europeismo, monumento all’eterogenesi dei fini. Allestimento dello Stato e disegno strategico sono in relazione dialettica. Nella potenza compiuta, lo Stato riduce la complessità con atto sovrano. Nei paesi incompiuti ne è travolto per carenza di soggettività. Fino a degenerare nel cosiddetto «Stato fallito». Quale tragica ironia se l’Italia fallisse prima d’esser stata Stato. Per scongiurarlo, occorre sintonizzare organo e funzione affinché si alimentino a vicenda. Geopolitica interna e geopolitica esterna non possono configgere. Stato e strategia si scrivono nella stessa frase. Il sentimento nazionale, l’orgoglio di appartenere a una storia d’irradiamento mondiale, tutto quanto ci richiami alle machiavelliane «gran cose» – al rispetto di noi stessi – legittima lo Stato e riabilita la strategia. Implica sovranità. Nemica del sovranismo, storpiatura ideologica. Senza riaccentrare e snellire lo Stato, limandone le superfetazioni pseudofederaliste, recidendone i nessi obliqui che lo subordinano alle mafie cui ha ceduto il governo di intere regioni non se ne farà nulla. Perché viva e partecipata è solo l’istituzione che serve i suoi cittadini, espone e sostiene i poteri che debbono rispondere delle loro decisioni, copre quelli abilitati a violare la legalità pur di proteggere lo Stato che la determina.

Perfetto opposto di quanto stiamo producendo con commovente incoscienza. Non contenti della frammentazione dei poteri – ossia dell’impotenza – ci accingiamo alla devoluzione iper-autonomistica di funzioni strategiche a tutte le Regioni che lo vogliano, imitando l’ispanico café para todos. Così incubiamo future Catalogne, vellichiamo mitologie separatiste. In nome della presunta superiore ascendenza mitteleuropea (Lombardo-Veneto), che provoca la reazione del Sud, talmente disperato da invaghirsi delle Due Sicilie. Del Risorgimento, intanto, si son perse le tracce nelle scuole di ogni ordine e grado. Da surrogare con narrazioni dialettali, pre-nazionali, come da Venezia suggerisce il governatore Zaia, doge in pectore. [12]

Per non farci mancar nulla, imbarchiamo l’esotica religione delle «città Stato». Un pianeta di tutte Singapore, al quale il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha annunciato la pre-iscrizione. [13]

E che affascina persino il collega di Napoli, Luigi De Magistris, pronto a indire un referendum per l’«autonomia totale» del suo municipio, dotato naturalmente di propria «criptomoneta». [14]

Confermiamo: Limes resterà italiana. Anche se un giorno l’Italia fosse altrove.

 

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