Autorazzismo, malattia endemica dell’italica classe dirigente esterofila.

«Patriottismo, nazionalismo e razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia.»

Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini

 

di Patriottismo Costituzionale

 

Alla triade patriottismo-nazionalismo-razzismo del fulminante aforisma del poeta triestino, riferito alle varie modalità con cui gli Italiani suoi contemporanei si rapportavano al proprio Paese e ai suoi abitanti, dobbiamo oggi aggiungerne una quarta: l’autorazzismo. L’autorazzismo, la vergogna di sé o di quella parte di sé che più li lega ai propri compatrioti, è un fenomeno molto diffuso tra le classi dirigenti e le élite italiane, non sappiamo se anche in quelle di altri popoli. L’autorazzismo si è sviluppato in tali ambienti, in forme più o meno eclatanti, viscerali, evidenti, come conseguenza del crollo rovinoso della monarchia, precisamente l’8 settembre del 1943. Le élite italiane, invece di prendersi la responsabilità di aver condotto un intero paese e un intero popolo verso il baratro conseguente a una scelta sbagliata a prescindere (il destino dell’Italia non avrebbe mutato granché, avessero prevalso i panzer hitleriani), gli hanno addossato tale responsabilità e hanno sotterrato la consapevolezza della loro (delle classi dirigenti) incapacità e fallimento sotto metri e metri di giudizi sferzanti e negativi. Secondo i fascisti l’Italiano era vigliacco, restio alla lotta e al combattimento, tendenzialmente traditore e doppiogiochista, refrattario a reggere l’ònere dell’onòre di una morte eroica, amante della comodità delle pantofole, del focolare, delle gonne materne. La versione liberale e anglofila declina tali giudizi in termini politico-economici: l’Italiano era colpevole di aver abbandonato il liberalismo per darsi al fascismo, rifuggendo così le responsabilità individuali affidandosi a un capo, sfuggiva il rischio, la «durezza del vivere» e della libera concorrenza, contro cui chiedeva allo stato (fascista prima, “cattocomunista” poi) protezione, amava la sicurezza del posto fisso nella pubblica amministrazione o nell’azienda di stato, non era adatto alla libertà e quindi all’autonomia e all’indipendenza, e tantomeno era propenso a competere nel grande gioco tra gli stati.

Il grande problema dell’Italia, la vera causa per cui non è ancora riuscita a diventare veramente e pienamente uno Stato, sta secondo noi tutto qui: in una classe dirigente che ha sempre e comunque disprezzato il suo popolo, che non lo ha mai ritenuto all’altezza delle sue aspettative. Una classe dirigente che non ha mai accettato di fare pace con le esatte misure del nostro paese e non ha mai smesso di sognarne di più grandi, pensando di poterle raggiungere fondendo l’Italia in qualcosa di più grande: l’Occidente, l’Europa. Che è sempre partita da modelli stranieri, la Germania, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, li ha posti come mete da eguagliare, e nel momento in cui si accorge che gli Italiani non si adattano a tali modelli e che a causa di tale discrepanza i loro progetti di gloria falliscono, accusano di tale fallimento non se stessi e il loro irrealistico e velleitario programma di forzare la Realtà nella loro Idea, ma la Realtà di non adeguarsi alla loro Idea. E la disprezzano. E si trasformano in “cittadini del mondo” abiurando la loro semenza, nei fatti “quinte colonne”, consapevoli (chi più chi meno, chi direttamente chi indirettamente) agenti dei progetti stranieri sull’Italia. Dal loro punto di vista, non sono loro i traditori, sono gli Italiani ad aver tradito le loro aspettative. E tale stato mentale risulta un utile ed efficacissimo strumento di autoassoluzione per le pratiche le più misere e meschine.

Esempi numerosi di tale atteggiamento sono rinvenibili nei quotidiani nostrani, in articoli e commenti relativi alla recente visita del presidente cinese in Italia e della adesione del nostro Paese al progetto cinese della Nuova Via della Seta. Ne segnaliamo due, tra i più significativi. Il primo è a firma di Carlo Pelanda, apparso su La Verità del 23 marzo. Il secondo commento è di Andrea Bonanni, pubblicato su La Repubblica del 25 marzo.

Secondo il primo l’accordo tra Italia e Cina è leggibile solo in un modo: un passo nella strategia di conquista dell’Italia da parte della Cina. La Cina avrebbe scelto l’Italia in funzione della sua penetrazione in Europa e del suo asservimento. Perché proprio l’Italia? Perché l’Italia «è più facile da conquistare di Francia e Germania, finora attente a tenere le pur fitte relazioni con la Cina sotto la soglia geopolitica, a causa della maggiore debolezza e penetrabilità delle sue [dell’Italia, n.d.r.] istituzioni». L’Italia si conferma, con la sua scelta, «un luogo troppo leggero e volatile dell’Occidente». Ed è qui il punto: l’Occidente. La colpa dell’Italia è quella di aver rotto il fronte dell’«alleanza globale delle democrazie» che deve contrapporsi alla Cina per «mantenere alla cultura della libertà il dominio politico sul pianeta e sui suoi standard tecnici». Se poi stare all’interno di questa «alleanza globale delle democrazie» per l’Italia significa soffocare e morire d’inedia lentamente, poco male. L’importante è che l’«alleanza globale delle democrazie» non sia messa in pericolo così come il dominio politico dell’Occidente sul mondo.

A Carlo Pelanda crea «disagio … vedere che l’Italia o si fa penetrare dai cinesi oppure dagli americani» e «shock l’immagine di un potere democratico che si umilia di fronte a uno dittatoriale». A noi crea molto più disagio la totale perversione del linguaggio e delle parole, che fa concludere, a un presunto difensore della democrazia e campione della libertà, la sua riflessione con queste parole inquietanti e minacciose:

Agli osservatori americani: state fermi, rimetteremo noi italiani l’Italia entro il giusto confine.

Se Carlo Pelanda pare esponente italiano di quel fronte che fa capo ai neocon americani, ad Andrea Bonanni di italiano pare essergli rimasto ben poco, tale e tanta è la sua smania di sentirsi parte di una Grande Potenza. La sua riflessione sui recenti accordi italo-cinesi ha due titoli. Il richiamo in prima pagina recita così:

CARO XI JINPING

CONTA LA MERKEL

E NON L’ITALIA

che viene corretto in

CONTA MERKEL

NON DI MAIO

nella pagina centrale che ospita il testo. Non si capisce se queste parole riflettano il pensiero del Bonanni o se l’autore intenda riportare le parole del duo Macron-Merkel in uno stile indiretto libero. Infatti la cifra stilistica del pezzo del Bonanni è questa: il continuo utilizzo di un modo di riportare il pensiero o le parole altrui che crea incertezza sull’esatta proprietario di quelle parole. Forse un modo per tenersi aperta una via di fuga di fronte all’enormità delle affermazioni che rasentano l’ammissione plateale di una scelta di campo precisa: nello scontro neanche più strisciante tra Francia e Germania da un lato e Italia dall’altra, l’opinionista de La Repubblica (e tutto il suo giornale) sceglie di stare con i primi due. Ma andiamo con ordine.

Il pezzo si apre con queste parole:

Il presidente Xi può anche andare a Roma per firmare memorandum e contratti. Può sperare di inglobare l’Italia nel vasto prottetorato cinese della Belt and Road Initiative. Può promettere a chi gli crede, affari facili e finanziamenti, e l’invasione di milioni di turisti cinesi in Sicilia … Ma se vuole parlare con l’Europa delle questioni serie di cui discutono i leader delle grandi potenze, deve andare in Francia, e domani deve salire i gradini dell’Eliseo e incontrarsi con Macron e Angela Merkel, accompagnati per l’occasione dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker.

Parole sprezzanti e ingiuriose, denigratorie. Parole pesanti, soprattutto se dette da un italiano, come sembrerebbe sino a questo punto. Ma nel capoverso successivo, ecco la sorpresa:

È questo il messaggio che il presidente francese ha consegnato al suo collega cinese ricevendolo ieri sera ecc. ecc.

Quelle del primo paragrafo erano parole del presidente francese. Ma appena interrotto, ecco di nuovo l’indiretto libero

L’Europa, quella vera, quella che conta e con cui bisogna fare i conti, non comincia a Roma ma al di là delle Alpi

Ma che si trattino di parole di Macron è una ipotesi suggerita dalla coerenza di tono e contenuti con quelle del paragrafo finale. Da ora in poi, infatti, non ci sono più segnali che ci consentano di distinguere ciò che è di Macron e ciò che è di Bonanni. Il che alla fin fine signica una totale identificazione del secondo con il primo, e magari può far sorgere il sospetto che il suo pezzo non sia altro che una lieve rielaborazione di una velina di fonte franco-tedesca, come usavano fare molti giornalisti italiani negli anni ‘960-‘970 utili strumenti del controllo inglese sull’Italia (vedere l’ottimo Colonia Italia di Giuseppe Fasanella per credere).

Il pezzo prosegue con un richiamo al legame sempre più stretto tra Francia e Germania conseguente al trattato di Aquisgrana e al fatto che «ormai, in politica estera si muovono sempre e rigorosamente insieme … Merkel e Macron sono due teste e un’anima sola». Solleva qualche perplessità questo duopolio nel Bonanni italiano a cui la piccola Italia sta stretta? Neanche un po’: «quell’anima finisce inevitabilmente per essere vista come l’anima dell’Europa». Inevitabilmente.

Del resto, e qui siamo noi che stiamo usando l’indiretto libero, Merkel e Macron sono i leader di due grandi potenze che discutono e trattano seriamente le questioni internazionali, mentre il nostro attuale governo, ma soprattutto i 5Stelle e Di Maio, fanno solamente «improvvisate fughe in avanti, e soprattutto indietro», il che succede (l’indiretto libero è finito) quando non si allinea con “i due leader delle due grandi potenze europee che trattano seriamente le questioni internazionali” (vedi il veto italiano al riconoscimento di Guaidò) o quando aderisce all’iniziativa della Nuova Via della Seta cinese come tentativo di sottrarsi al soffocamento dell’austerità con cui i franco-tedeschi stanno mettendo in ginocchio l’Italia per poi papparsela comodamente («È l’Europa che sta spingendo l’Italia ad accettare i soldi cinesi» ha affermato Joseph Stiglitz in una recentissima intervista).

E allora, se Di Maio è pronto a mettersi «a disposizione del potente cinese di turno», Conte è «incastrato» (bullizzato) dall’«accoppiata franco-tedesca» (i due bulli) in un bar (fortunato che non l’hanno «incastrato» nel cesso del bar) di Bruxelles «per assicurarsi che il suo governo non intenda rompere la coesione dalla (leggi: il loro dominio sulla, n.d.r.) Ue nei confronti di Pechino», cosicché i due bulli possano poi «occuparsi delle cose serie che devono essere discusse con la Cina».

Pensate che sia finita? Che il peggio sia passato? Vi sbagliate. Deve ancora arrivare.

L’«accoppiata franco-tedesca» dopo aver dato una bella strigliata al nostro povero Conte, si è dedicata a Xi, colpevole di essersi intrufolato incautamente nel pollaio privato dell’allegra accoppiata, e dopo due paroline della Merkel e due pappine di Macron «naturalmente ha capito subito come girano le cose in Europa e si è adeguato di buon grado». E se l’«accoppiata franco-tedesca» non fosse stata sufficiente chiara, fra qualche giorno, in occasione del vertice Cina-Ue, ci potrebbe essere una seconda dose di paroline e pappine che sicuramente saranno sufficienti a far comprendere «a Xi JinPing fino a che punto potrà spingere la sua penetrazione [e dagli!] in Italia senza irritare l’Europa che conta».

Se non fosse tragica, sarebbe comica.

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Quale idea di Italia emerge da questi due pezzi? Il che significa chiedersi: quale idea di Italia deve rimanere nelle teste dei malcapitati lettori? Idea subliminale, certo, inconscia, posta fuori dai riflettori del controllo consapevole dei legami causa-effetto, come fluttuante in quella zona pre-razionale della nostra mente che tanta parte ha nella formazione delle nostre convinzoni e nella quasi inattaccabilità di queste ultime, zona che ormai è il territorio privilegiato delle nuove guerre per il controllo delle parole e quindi delle menti. Proviamo a delinearne un ritratto.

L’Italia è infantile, pasticciona, incapace di serietà, inaffidabile, dilettantesca. In quanto tale, per definizione, ogni volta che sceglie in autonomia, sbaglia. Data questa sua tara genetica, ogni volta che le si dà l’occasione di crescere, di diventare adulta e comportarsi come tale, per esempio dall’ “Occidente democratico e libero” o dall’Europa, fallisce e dimostra di non esserne all’altezza. Ogni tanto prova a “giocare da sola”, a fare scelte autonome, ma cosa ci si può aspettare da una tarata? Fallimenti e pasticci, ovvio. Conclusione: l’unica opportunità per l’Italia di fare la scelta giusta è quella di scegliersi il prottetore (il pappone?) giusto e far fare a lui le cose serie.

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L’Italia corre su un filo. La stessa mossa cinese è, per certi versi, disperata. Obbligata, quasi. «Non contenti della frammentazione dei poteri – ossia dell’impotenza – ci accingiamo alla devoluzione iper-autonomistica di funzioni strategiche a tutte le Regioni che lo vogliano, imitando l’ispanico café para todos. Così incubiamo future Catalogne, vellichiamo mitologie separatiste.» (Lucio Caracciolo) Non siamo neanche più così certi che in un domani neanche troppo lontano potremmo più parlare di un’entità politica chiamata Italia. E tuttavia, improvvisamente e inaspettatamente siamo venuti a sapere che esiste un nucleo all’interno dello stato italiano sopravvissuto chissà come alla devastazione della seconda repubblica, che ripercorre, in maniera quanto azzardata si vedrà, vecchi sentieri che sanno tanto di strategie geopolitiche da prima repubblica. E che c’è una forza politica, il Movimento 5 Stelle, che pare voglia dargli respiro e fiato. Forse il dileggio e il disprezzo viscerale dei nostri autorazzisti sadomaso è spiegabile dal ripresentarsi di questa prospettiva e dalla possibilità che possa avere successo. Speriamo che i loro timori siano fondati.

In ogni modo, in caso contrario, anche noi di Patriottismo Costituzionale, come quelli di Limes, resteremo italiani. Anche se un giorno l’Italia fosse altrove.

 

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