Note sul progetto del regionalismo differenziato (4)

Non si può comprendere l’indirizzo che ha preso senza tanti clamori il federalismo fiscale italiano (perché il federalismo fiscale è già tra di noi), se non si tiene sempre bene in mente il trilemma a cui più volte abbiamo fatto riferimento: il pareggio di bilancio, il decentramento della spesa, e i livelli essenziali delle prestazioni. Abbiamo già affermato che uno dei tre principi è di troppo. In questi anni, visti i vincoli di bilancio accettati dai governi italiani in sede europea, il primo era intoccabile, e, attuato il secondo, il terzo era per definizione destinato a essere sacrificato.

Questo è il quadro in cui inserire e comprendere la lotta sotterranea, nascosta, sottotraccia, piena di astuzie, ipocrisie, e sotterfugi da azzeccagarbugli, che si è aperta tra comuni e territori ricchi e comuni e territori poveri. I primi hanno operato per raggiungere l’obbiettivo di tenersi quante più risorse tributarie raccolte nel proprio territorio e specularmente limitare per quanto possibile i trasferimenti ai comuni poveri attraverso quel ridicolo, umiliante e moralisticamente ipocrita strumento che è il fondo comunale di solidarietà. Dai secondi, neanche un gemito, sintomo probabilmente del punto in cui è arrivata la subalternità e la selezione artificiale delle classi dirigenti del sud attuata, direttamente o indirettamente, da chi comanda in Europa via chi comanda in Italia.

Sotto questa luce sono leggibili i casi riportati da Marco Esposito nella parte finale del suo Zero al sud. L’autore si chiede se ci sia un disegno, e lascia al lettore la risposta. Noi di Patriottismo Costituzionale non pensiamo in termini di disegni a tavolino o di complotti, ma di regole del gioco che valgono in un determinato contesto. Se crei un contesto in cui la competizione è la regola; se credi che la competizione sia il lievito dello sviluppo; se accetti tutto questo, che competizione sia. E che vinca il più competente. Il meno competente, invece, si cosparga la testa di cenere, faccia penitenza, stringa la cinghia, si metta a lavorare, si impegni e si sforzi di eguagliare la competenza dei più competenti. In caso contrario, beh, diciamocelo, se l’è meritata.

Di seguito, un esempio tratto dal testo di Marco Esposito.

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«In Italia ci sono 130.000 chilometri di strade provinciali e la loro manutenzione lascia molto a desiderare. Colpa di tagli alle Province che la Corte dei Conti ha definito “manifestamente irragionevoli”, decisi con progressione aritmetica (un miliardo nel 2015, 2 miliardi nel 2016, 3 miliardi nel 2017), senza tenere conto del costo minimo indispensabile per la manutenzione … E così per manuntenere i 26.000 chilometri di strade statali, gestite dall’Anas, ci sono 2,2 miliardi l’anno, mentre per i 130.000 chilometri di provinciali appena 700 milioni.»

Eccolo in azione, il primo principio del trilemma: il pareggio di bilancio. Il totem dei tempi nostri. Il tabù del nostro attuale imbarbarimento. Il moloch a cui dedicare le sofferenze fisiche e morali dei nostri incompetenti. Ma proseguiamo con la citazione.

«In compenso si è stabilito al centesimo come devono ripartirsi i (pochi) soldi gli enti, in base a una formula che tiene conto di tre indici: lunghezza delle strade, presenza di aree montane, traffico.»

E va bene, ci sta. Pochi, ma spartiti con equità, secondo principi ragionevoli. Si, ma non avete posto nella giusta considerazione la lotta senza regole ed esclusione di colpi che si apre in regime di scarsità. E che questa scarsità sia artificiale, indotta attraverso il controllo da parte della finanza privata del rubinetto della moneta pubblica, piuttosto che nelle risorse reali e concrete, non cambia assolutamente di una virgola il far west senza regole in cui questa lotta si svolge. Ed ecco cosa succede dei tre principi ragionevoli.

«Il primo indicatore è chiaro. Il secondo lascia un po’ a desiderare perché si sono utilizzate tabelle Istat dei tempi del fascismo relative alle valutazioni climatiche.»

Ecco il primo sotterfugio: chi ha deciso di adottare proprio quelle tabelle? Un tecnico, certamente. Da chi è arrivato l’input? Da un politico, certamente. Per favorire chi? Vedremo.

«Sul terzo parametro, il traffico, la fantasia ha toccato l’apice: ha partorito non la conta del numero degli autoveicoli circolanti, bensì quella dei lavoratori del settore privato.»

Ecco il secondo sotterfugio, ancor più arbitrario del primo. Ancora una volta qualcuno deve essere stato premuto dall’obiettivo di accaparrarsi una quota quanto più grande delle briciole, quello stesso qualcuno ha sottoposto il problema a qualche tecnico, e quel qualche tecnico gli deve aver fornito la soluzione. Per scoprire quel qualcuno, bisogna semplicemente chiedersi dove sia concentrato, in Italia, il maggior numero di lavoratori privati. Siamo sicuri che avete già la risposta, ma seguiamo a citare Marco Esposito.

«I dipendenti statali sono distribuiti in modo più omogeneo sul territorio rispetto a quelli privati: come se l’obiettivo di chi ha ideato la formula fosse esaltare le differenze a favore dei luoghi dove sono presenti più imprese.»

L’autore avanza la risposta con una formula dubitativa, ma per noi è una certezza. E ci sentiamo in grado anche di ricostruire il ragionamento che il qualcuno del commento precedente ha fatto per giustificare a se stesso e ai suoi, prima di tutto, il sotterfugio, l’arbitrio che gli ha consentito di mettere le mani sulla maggior parte delle (poche) risorse da spartire. “Noi – si sarà detto – siamo la parte produttiva del paese. La nostra macchina produttiva deve essere sostenuta da infrastrutture e da servizi efficienti. I soldi sono pochi perché abbiamo il debitone. E lo abbiamo perché abbiamo vissuto al disopra delle nostre possibilità. Il debitone è cresciuto anche perché si sono sprecati tanti begli sghei in spese improduttive e assistenzialismo nel sud. Noi, le strade le usiamo per produrre, loro le usano per gironzolare senza costrutto. Quei soldi ci spettano. E poi, noi sappiamo utilizzarli in maniera produttiva, loro li sprecherebbero in corruzione e mazzette. Quindi dobbiamo fare di tutto per fare arrivare da noi la maggior parte di quei soldi. Costi quel che costi. Anche al costo di barare.”

Ed ecco il risultato. Il federalismo fiscale in azione.

«Un esempio: le strade gestite dalla città metropolitana di Milano sono 717 chilometri, tutte in pianura, mentre in quella di Napoli 800, “climaticamente” in pianura nonostante il Vesuvio e il Faito. A Milano circolano 2.303.215 autoveicoli e a Napoli 2.245.639; ma i veicoli non contano: si misurano gli occupati privati di Milano (858.592) e quelli di Napoli (559.874). (…) Tirate le somme … Milano pesa per il 2,64% e Napoli per l’1,88%. Quindi a Milano viene riconosciuto un fabbisogno del 40% superiore nonostante i chilometri di strade e gli autoveicoli circolanti siano più o meno gli stessi di Napoli.»

Benvenuti nel fantastico mondo del federalismo italiano ai tempi della Competizione europea, dell’austerità, del pareggio di bilancio.

 

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