La natura sociale dell’Unione Europea

Vi proponiamo un articolo di Ernesto Screpanti sulla natura di classe dell’Unione europea. Nella lettura condivisibilissima dell’autore, quest’ultima è lo strumento messo in piedi dal grande capitale europeo, organizzato gerachicamente sotto la guida del capitale tedesco, per condurre la sua trionfale lotta di classe contro la classe lavoratrice (dipendente e autonoma).

In questo meccanismo perfetto, ma questa è una nostra precisazione, anche se ci pare una considerazione implicita nel discorso dell’autore, le istanze nazionali, non solo economiche, sono come la classica leva che si infila tra gli ingranaggi e ne rallenta il movimento o li fa saltare. In questa fase, così pare, il sentimento nazionale e patriottico pare addirsi molto al riscatto delle classi lavoratrici.

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di Ernesto Screpanti

L’Unione Europea non è un’unione politica con una costituzione approvata dai popoli. È un’entità statale (di fatto se non di diritto) costituita con trattati internazionali che si sovrappongo alle costituzioni nazionali tentando di demolirle (Russo, 2017). Gli organismi politici che determinano le sue politiche monetarie e fiscali sono la Banca Centrale Europa e il governo tedesco, e nessuno dei due è responsabile verso i popoli europei.

Il ruolo del governo tedesco merita di essere chiarito. Il predominio della Germania sull’economia europea si era affermato già dagli anni ’70, e divenne ingombrante dopo l’unificazione tedesca del 1990. Con la fondazione dell’Unione è accaduto che i governi di quel paese sono riusciti a conquistare per la sua industria vantaggi competitivi senza precedenti. Con le riforme Hartz (2003-2005) e le politiche fiscali restrittive, la crescita salariale è stata posta sotto controllo, completando un processo avviato già negli anni ’90. Inoltre le imprese tedesche hanno esteso le loro catene del valore verso i paesi dell’Est europeo (e in parte del Sud), dove i salari sono più bassi che in Germania. In questa maniera l’industria tedesca ha avuto un costo del lavoro che è cresciuto sistematicamente di meno rispetto a quello dei principali concorrenti, in particolare Francia, Italia e Spagna. Ciò ha permesso alla Germania di mantenere un elevato e crescente surplus commerciale, spingendo i paesi del Sud Europa verso il deficit del conto corrente (l’Italia e la Spagna fino al 2012, la Francia ancora oggi).

Siccome il conto corrente dell’Eurozona ha sempre avuto un saldo molto più basso di quello della Germania, l’Euro si è rivalutato rispetto al Dollaro meno di quanto si sarebbe rivalutato il Marco, il che ha dato a quel paese un ulteriore vantaggio competitivo. Peraltro l’enorme surplus commerciale tedesco è stato alimentato anche dalle politiche fiscali restrittive. Queste, oltre a mantenere la disoccupazione e la sottoccupazione al livello necessario per tenere a freno la combattività operaia e indurre i sindacati alla collaborazione, sono servite anche a rallentare la crescita delle importazioni.

Il corrispettivo dei successi commerciali tedeschi è rappresentato dagli insuccessi francesi, italiani, spagnoli, portoghesi e greci. Per questi paesi l’Euro è stata una moneta sopravvalutata. E tale svantaggio competitivo si è aggiunto a quello determinato da una crescita del costo del lavoro superiore alla tedesca. L’Italia è riuscita a portare il proprio conto corrente dal deficit al surplus solo nel 2013, in seguito alle politiche recessive del governo Monti, cioè restringendo i consumi e le importazioni.

La Germania ha scelto di “difendersi” dagli effetti della globalizzazione attuando una politica di deprezzamento reale basata sull’austerità. Poi ha imposto questo modello di politica mercantilista al resto d’Europa. L’ha imposto con le sue politiche fiscali restrittive. Facendo trainare la propria crescita dalle esportazioni piuttosto che dai consumi, ha costretto i partner europei alla bassa crescita, le loro esportazioni non essendo trainate adeguatamente dalla domanda tedesca. Inoltre, in forza dei vincoli di Maastricht prima e del fiscal compact poi, la Commissione Europea ha spinto gli altri paesi con alto debito pubblico ad adottare a loro volta politiche fiscali restrittive. Tutto ciò ha determinato una sistematica divergenza tra le economie del Nord e quelle del Sud Europa, con le prime che crescevano continuamente al disopra della media e le seconde che vi crescevano al disotto[1]. Ma ciò ha avuto un’ulteriore ricaduta negativa: la bassa crescita del PIL ha determinato una bassissima crescita della produttività del lavoro, con la conseguenza che la crescita del costo del lavoro (specialmente in Italia e Francia) si è divaricata ulteriormente rispetto a quella tedesca. In seguito alla svalutazione dell’Euro del 2014, le esportazioni hanno ripreso a tirare e i tassi di crescita del PIL si sono un po’ innalzati in quasi tutti i paesi europei. Non però in Italia, dove le politiche fiscali (sotto la frusta della Commissione Europea) continuano a essere restrittive.

In conclusione si può dire che lo sviluppo economico europeo è stato ampiamente determinato dallo strapotere economico e politico tedesco e che le divergenze di crescita da esso causate sembrano configurarsi come parte di un processo di mezzogiornizzazione del Sud Europa, una trappola dalla quale sarà difficile uscire dopo che si sarà superata una certa soglia di deindustrializzazione.

Nella sinistra europea si sono affermate due diverse interpretazioni del momento storico che stiamo vivendo. Da una parte si punta il dito sul mercantilismo tedesco e lo si interpreta nei termini di una politica neoimperialista che la Germania ha attuato in Europa. Con i suoi enormi surplus commerciali ha accumulato un’elevata posizione patrimoniale netta verso l’estero: il valore delle attività internazionali detenute da tedeschi è molto più alto di quello delle attività tedesche detenute da stranieri. In altri termini La Germania è il principale creditore e proprietario di capitale in Europa, e “questo è il vero fondamento del potere politico tedesco” (Lapavitsas, Mariolis e Gavrielidis, 2017). Le industrie tedesche hanno costruito delle catene internazionali del valore che sfruttano gli enormi differenziali salariali con i paesi dell’Est europeo. Inoltre, generando sottosviluppo e disoccupazione nel Sud del continente, stanno trasformando anche quest’area in un’immensa periferia semi-industrializzata in cui le grandi imprese manifatturiere tedesche possono produrre o far produrre semilavorati a basso costo (i salari italiani sono circa il 77% di quelli tedeschi (OECD, 2017)) e basso contenuto tecnologico. E non parliamo del costante flusso di manodopera qualificata, soprattutto giovanile, dal Sud Europa verso il Nord. Nello stesso tempo le imprese tedesche si comprano a prezzi di saldo i marchi più prestigiosi del made in Italy (Lamborghini, Ducati, MV Agusta eccetera). Fra i paesi europei in cui fanno shopping le multinazionali tedesche, l’Italia è al primo posto (Huffpost, 2014).

L’altra interpretazione corre in termini di lotta di classe invece che di conflitti tra nazioni. Le politiche d’austerità che la Germania e la Commissione Europea impongono a tutti i paesi dell’Unione sono funzionali a mantenere il regime di elevata disoccupazione che è necessario per mettere in ginocchio la classe operaia. In tal modo non solo si riesce a tenere sotto controllo la crescita salariale, ma si riesce anche ad attuare le riforme del mercato del lavoro che servono per aumentare lo sfruttamento. A tale tipo di riforme è interessato non soltanto il grande capitale tedesco, ma tutto il capitale europeo, piccolo e grande, nazionale e multinazionale. In quest’ottica le classi dirigenti tedesche non fanno esclusivamente gli interessi del capitale di una nazione, ma agiscono come avanguardia di tutta la classe capitalistica del continente. Così l’Unione Europea a guida tedesca si configura come lo strumento statale di cui si serve il capitale per portare avanti la sua lotta di classe. Ed è un vero e proprio stato nel senso marxiano del termine, un “comitato d’affari della borghesia” che è tanto più efficace nell’azione di classe quanto meno deve rendere conto ai popoli europei, e che mira proprio a imporre ai popoli il conseguimento dell’interesse capitalistico all’accumulazione e allo sfruttamento.

Qual è l’interpretazione valida? Io ritengo che lo siano tutte e due. Le vedo come complementari piuttosto che antitetiche. Non c’è dubbio che le classi politiche tedesche si muovano con l’intento di favorire gli interessi nazionali. Ma è anche vero che gli interessi nazionali sono quelli del capitale, non certo della classe operaia tedesca. Andatelo a domandare ai lavoratori con mini-job, midi-job, ein-euro-job, ai precari, agli immigrati, ai 2.762.000 disoccupati. E benché il grosso degli operai tedeschi goda di una relativa sicurezza del posto di lavoro e di decenti salari diretti e indiretti, resta il fatto che il trend della quota salari sul reddito nazionale è stato decrescente a partire da metà degli anni ’70 e non è stato invertito dall’Unione Europea. Così come resta il fatto che anche in Germania, come nel resto d’Europa, sono aumentate povertà e disuguaglianza economica. Soprattutto è vero che l’aumento dello sfruttamento del lavoro perseguito dai politici tedeschi in Germania ne ha determinato uno altrettanto forte in tutta Europa. Non è un caso dunque che i circoli industriali delle varie nazioni continuino a plaudire alle politiche economiche tedesche e a predicare “facciamo come in Germania”, mentre i professorini dell’università confindustriale sproloquiano sulla “austerità espansiva”.

Ritengo infondata l’opinione di chi crede che la situazione in cui ci troviamo sia la conseguenza di errori commessi dai politici europei al comando. Certo l’Unione Europea dovrebbe essere considerata un disastro, se la si intendesse come un’organizzazione politica mirata allo sviluppo del benessere dei popoli europei e alla riduzione delle preesistenti differenze regionali. Ma se la si intende come quello che effettivamente è, si può dire che non c’è stato alcun errore, che le cose sono andate precisamente come si voleva che andassero. L’Unione si è rivelata essere un grande successo… dal punto di vista del capitale. Mai, nella sua storia, l’Europa ha avuto una classe operaia così sfruttata e così terrorizzata (eccetto forse che nella Germania e nell’Italia fasciste).

La domanda che ora ci si deve porre è se l’Unione può essere riformata in modo da farne un organismo politico che favorisca il raggiungimento di obbiettivi di: piena occupazione in tutta Europa, riduzione delle divergenze di crescita e industrializzazione tra i paesi del Nord e del Sud, ricostruzione dello stato sociale, ridistribuzione del reddito a favore dei salari, riduzione della disuguaglianza, eliminazione della povertà.

Per rispondere di sì a questa domanda bisognerebbe poter rispondere affermativamente ad altre due: 1) riteniamo possibile che il capitale europeo accetti riforme funzionali al raggiungimento di quegli obbiettivi? 2) riteniamo possibile che le classi dirigenti tedesche accettino qualcuna le seguenti proposte: devolvere il 5% del PIL tedesco a favore dei paesi del Sud (King, 2017); fare politiche fiscali espansive generando un grosso deficit di bilancio; far aumentare i salari tedeschi in modo da ridurre drasticamente il surplus commerciale; abolire le regole sul bail in consentendo ai governi nazionali di ricapitalizzare le banche con soldi pubblici; far pagare ai contribuenti tedeschi una parte degli interessi sui debiti pubblici dei paesi donnaioli e ubriaconi; mettere la Banca Centrale Europea al servizio di una politica fiscale di piena occupazione; rinunciare al proprio potere politico a favore di un governo federale responsabile verso un vero parlamento europeo o, alternativamente, restituire la responsabilità delle politiche fiscali ai governi nazionali?

 

*Tratto da Ernesto Screpanti, Un’altra Europa è impossibile ma necessaria, “Il Ponte”, maggio-giugno 2017.

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[1] Come dimostra Zenezini (2017), la crescita di gran parte dei paesi europei dipende più da fattori di domanda che dai costi relativi. Ciò non è in contrasto con quanto dimostrano Lapavitsas, Mariolis e Gavrielidis (2017), è cioè che la Germania è cresciuta soprattutto in forza del proprio dumping sociale. In soldoni, è accaduto che la Germania, con una politica fiscale restrittiva, da una parte ha favorito l’aumento della propria competitività, dall’altra ha indotto rallentamenti della produzione nei paesi periferici.

Vedi l’articolo originale.

 

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