L’Italia: disprezzata per spolparla meglio

Ospitiamo spesso articoli di Guido Salerno Aletta. Perché? Per la sua lucidità, competenza, moderato estremismo, patriottismo, richiamo continuo alla Costituzione e ai suoi principi fondamentali e per l’assenza in lui assoluta di quella malattia di cui soffre tradizionalmente la maggior parte dell’intellettualità e della classe dirigente italiana: l’autorazzismo e la vergogna di essere e sentirsi italiani. Nell’editoriale che vi proponiamo (apparso il 14 giugno su Teleborsa), l’autore commenta la relazione annuale di Paolo Savona da Presidente della Consob, e ne mette in risalto il rigore e il coraggio: un lampo di verità che per un attimo ha squarciato il servile chiacchiericcio dei grandi giornaloni e di tutti i mass media nostrani che sempre più dimostrano di essere al servizio di interessi stranieri.

Nel nostro piccolo, il compito che ci siamo dato (tra gli altri) è fare in modo di rilanciare lampi isolati come questi. Buona lettura.

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di Guido Salerno Aletta

Non ha peli sulla lingua Paolo Savona: “I sospetti sulla possibilità di insolvenza del nostro debito pubblico sono oggettivamente infondati“, la sostenibilità del debito pubblico risulta garantita nel momento in cui il suo incremento è mediamente inferiore rispetto al tasso di crescita del PIL.

Parlando in occasione della sua prima Relazione da Presidente della Consob ha affermato che siamo vittime di una mistificazione sistemica: “E’ come se l’Italia fosse collocata dentro la ‘caverna di Socrate’ dove le luci fioche della conoscenza che in essa penetrano proiettano sulle pareti un’immagine distorta della realtà. Per giunta in presenza di un continuo vociare a senso unico“.

E, poi, non ha avuto remore nell’affermare che i giudizi espressi da enti sovranazionali sull’Italia spesso sono “pregiudizi” e non tengono conto della “forza competitiva delle nostre imprese” e del “nostro buon livello di risparmio“.

Se si dicesse la verità, questo è il succo del ragionamento, “si restituirebbe ai debiti sovrani, incluso quello italiano, la dignità di ricchezza protetta che a essi attribuiscono giustamente gli investitori“: ma a questo punto, si dovrebbero accontentare di ben più modici interessi.

Mala fede? E perché mai?

Dietro la ripetuta sfiducia nei confronti del debito pubblico italiano, c’è dunque una strategia chiara: quella di far soldi, il più possibile.

Ma la colpa è nostra. L’errore fu compiuto, secondo Savona, nel momento in cui l’Italia decise di aderire subito all’euro, nel 2000, pur avendo un debito pubblico superiore al 100% del PIL: non potendo più svalutare per migliorare la sua posizione sull’estero e dovendo invece ridurre l’inflazione per mantenere intatta la competitività commerciale, ha dovuto adottare politiche deflazionistiche.

Come se non bastasse, si assiste ora ad un deflusso di risparmio italiano all’estero: i capitali italiani vanno a finanziare le economie degli altri Paesi, e spesso la nostra concorrenza: una follia.

Discorso chiaro, netto, da uomo politico.

Alcuni sostengono che avrebbe dovuto parlare solo di Borsa, di società quotate, di tecnicalità: fa comodo un travet, uno che guarda solo al tran-tran, senza mai parlare dei Mercati, del loro comportamento, e di chi li influenza malamente. Come se i titoli di Stato non fossero negoziati sui mercati, come se la speculazione non esistesse, come se il risparmio non fosse una risorsa fondamentale della Nazione, tutelato e garantito secondo la Costituzione in ogni sua forma.

La strategia europea del rigore fiscale a tutti i costi si è dimostrata sbagliata: “i tentativi di contenere gli eccessi di debito pubblico con avanzi di bilancio statale hanno manifestato i limiti intrinseci nel raggiungere l’obiettivo di stabilità senza una parallela crescita“.

C’è bisogno di regole nuove, razionali, ma c’è ancor più bisogno di verità.

La solfa del debito pubblico eccessivo serve solo a fare carne di porco.

L’Italia: disprezzata per spolparla meglio.

 

Vedi l’articolo originale.

 

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