Sulla linea del Piave, l’8 di settembre

di Patriottismo Costituzionale

I nodi stanno arrivando al pettine.

Da una parte una classe dirigente (e non stiamo parlando delle marionette) che, dopo avere per la seconda volta nella sua ingloriosa storia sbagliato clamorosamente cavallo, sta ora ostinatamente e disperatamente abbandonando l’Italia a un nuovo 8 settembre.

Contro il MES ormai sono tutti. Anche le banche. Anche Cottarelli. Persino Giavazzi. E non si capisce dove stessero guardando fino a ora.

Dall’altra le marionette, lì, a giocare a fare gli statisti, in un gioco molto più grande di loro.

Del MES abbiamo già scritto. Con questo post aggiungiamo alcune ulteriori interessanti chiavi di lettura.

Guido Salerno Aletta mette in luce due aspetti del MES passati finora in secondo piano. Il primo aspetto è la sua funzione salva-banche (tedesche e francesi):

… leggendo per intero il testo della riforma del MES, risulta chiaro che si tratta di un organismo del tutto nuovo: non è altro che un gigantesco fondo salva-banche, e non più il modello salva-Stati a imitazione del FMI, varato nel 2011.

È congegnato curiosamente, in modo da consentire la ricapitalizzazione diretta delle banche che ne abbiano bisogno, senza più passare per lo Stato cui appartengono come è successo finora ….

Finora, era lo Stato che si indebitava con il MES per poi ricapitalizzare le sue banche.

Ora non più: la ricapitalizzazione è diretta, con un meccanismo iper-semplificato che non prevede le severe condizionalità che si pongono fin d’ora per concedere aiuti agli Stati.

Se le banche tedesche dovessero ricevere aiuti, il debito pubblico tedesco non ne risentirebbe.

C’è un’altra innovazione profonda: la creazione di un meccanismo di backstop, una rete di sicurezza da parte del fondo che viene definito addirittura «prestatore di ultima istanza», una garanzia di tutela che non richiede né garanzie né collaterali, che non esiste invece per gli Stati europei. E che viene istituito a favore del Meccanismo centralizzato di risoluzione bancaria e del Fondo Unico di Risoluzione.

Più che condivisione dei rischi sovrani, sempre avversata dalla Germania, siamo arrivati alla condivisione delle perdite bancarie.

Il quadro della riforma del MES si fa più chiaro, e la speculazione ne prende buona nota.

La Germania, mentre ci impone la riduzione del debito attraverso il default distruttivo, difende a tutti i costi il suo sistema bancario, in gravi difficoltà.

E per farlo ha trasformato il MES in un fondo europeo salva-banche.

Non per caso, la Germania si è detta finalmente favorevole anche a un sistema europeo di assicurazione dei depositi: da una parte si preoccupa di salvare le sue banche, e dall’altra i suoi risparmiatori.

Il secondo aspetto è il progetto franco-tedesco di utilizzare l’Italia quale innesco della prossima crisi finanziaria globale e capro espiatorio della conseguente deflagrazione dell’euro così come è ora congegnato:

Con la riforma del MES ci si prepara dunque alla prossima guerra finanziaria, con i pezzi messi in batteria: mentre le banche tedesche vengono arroccate, la testa dell’Italia è sul ceppo del boia.

Il fatto è che l’Italia è un pezzo troppo grosso sulla scacchiera internazionale per poterla attaccare impunemente: un attacco della speculazione finanziaria farebbe danni incalcolabili a tutti.

Forse è per questo che ci usano: non solo come uno scudo umano, alla maniera dei terroristi, ma come detonatore di una crisi globale.

Si innescherebbe un processo incontrollabile che porta alla disintegrazione dell’euro.

Saremmo, mutatis mutandis, la Lehman Brothers della prossima crisi globale.

Infine l’autore inserisce l’operazione MES progettata dai nostri fratelli franco-tedeschi in un quadro geopolitico più ampio, quello dello scontro tra USA e Germania:

I prossimi mesi saranno di transizione, con uno show down nell’imminenza delle elezioni americane del prossimo settembre al fine di abbattere la presidenza Trump e tornare al modello di globalizzazione squilibrata, ovvero un’accelerazione dei processi di definizione dei nuovi blocchi subito dopo la conferma di Donald Trump. Nel frattempo, matura la Brexit e il concerto europeo si sfalda.

La vandalizzazione dell’immagine italiana, che si è già consumata con la riforma del MES, avvicinerà l’Italia alla nuova Anglosfera, il blocco geopolitico che marginalizzerà l’Europa continentale.

Se la speculazione è asservita a logiche di potere, non serve speculare contro l’Italia per distruggerla e renderne disponibili i brandelli a Bruxelles.

Occorre invece sottrarla all’orbita europea.

A essere ostaggio della speculazione finanziaria non è l’Italia. Nel mirino ci sono le banche tedesche e le loro filiali americane, già da tempo sotto l’occhiuta vigilanza della FED.

Farle saltare in aria, prendersi asset, spazi di mercato e depositi, sarebbe un gioco da ragazzi.

Il lungo e travagliato iter di approvazione e ratifica del nuovo Trattato istitutivo del MES darà alla speculazione tutto il tempo necessario per montare il clima di sfiducia generalizzato in cui è solita operare.

Ma probabilmente non sarà neppure necessario agitare il mercato come una clava, senza pietà: si prenderanno tutto per 1 dollaro.

Chi ha sacrificato la Grecia per mera voluttà di potenza, subirà la stessa sorte, perderà tutto.

(Puoi leggere il testo completo dell’articolo qui)

 

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Vladimiro Giacché sottolinea come

il MES costituisce un ulteriore rafforzamento delle regole che disciplinano la politica di bilancio dei paesi dell’Eurozona, muovendosi in perfetta linea di continuità con le modifiche apportate al Patto di stabilità nel 2012.

Tali modifiche, basate sui numeri magici 3, 2, 60, erano intese a ottenere la riduzione del debito pubblico nell’area dell’euro, ma hanno ottenuto l’esito contrario. Quindi, nella classica ostinazione del moscone di fronte all’ostacolo di un vetro, i capoccia tedeschi della Ue hanno deciso che la soluzione sta nel dare capocciate ancora più forti contro l’ostacolo. Ed ecco il MES:

In sostanza, si ritiene che, non essendo stato conseguito l’obiettivo di riduzione del debito, debba essere rafforzata la disciplina dei paesi membri.

Costi quel che costi, ragionano i capoccia tedeschi, il rapporto debito/pil può essere ridotto in un solo modo: riducendo il debito. Aumentando il pil sarebbe immorale.

Vladimiro Giacché inserisce poi questa impostazione (ridurre il debito, buono; aumentare il pil, nobbuono) nel nuovo quadro dell’economia internazionale, indirizzata verso un «tracollo degli scambi internazionali».

Di fronte a un indebolimento delle previsioni di crescita, i mercati potrebbero adottare un comportamento di “flight to quality” e penalizzare quindi i paesi con maggiore livello di debito pubblico, come è l’Italia.

Di questo i capoccia tedeschi se ne fregano o forse, come suggerisce Guido Salerno Aletta, sperano di cavarsela arraffando a più non posso dall’Italia per affrontare meglio la crisi in arrivo.

Entrando nel merito del meccanismo del MES, Vladiiro Giacchè sottolinea come in merito all’intervento di assistenza il fondo opera

una distinzione ex-ante fra una linea di credito precauzionale e una a condizioni rafforzate: la prima sarebbe concessa laddove risultino rispettate una serie di condizioni, fra le quali l’avere un debito pubblico sostenibile; la seconda sarebbe invece riservata, ma meglio sarebbe dire “inflitta”, ai paesi che non possano fregiarsi di condizioni economiche e finanziarie solide.

Le condizioni da rispettare sono ostinatamente sempre le stesse:

non essere sottoposti a procedura per disavanzi eccessivi; un deficit inferiore al 3% del Pil; un saldo di bilancio strutturale pari o superiore al valore minimo di riferimento; un rapporto fra debito e Pil inferiore al 60% o comunque in riduzione di 1/20 annuo della parte eccedente il 60% del pil.

In quale linea di credito ricadrebbe l’Italia nel caso necessitasse di un intervento del MES non è difficile prevederlo. In tal caso, una delle precondizioni dell’intervento sarebbe la ristrutturazione del debito (rimandiamo al precedente post per una illustrazione di cosa si tratta). La conclusione di Giacchè è che

così come sono stati predisposti, gli strumenti di assistenza finanziaria sembrano perfetti per innescare una nuova crisi del debito, perseverando in tal modo nei gravi errori del 2011-12.

In conclusioni Giacché sottolinea la necessità di

modifiche radicali di impianto alla proposta di riforma del MES, indicando la possibilità di concedere sostegno finanziario a bassa condizionalità per esigenze di finanza pubblica, non laddove non si abbiano squilibri di quest’ultima, bensì nel caso in cui siano rispettati tutti gli altri criteri definiti al di fuori della sfera del deficit e del debito pubblico: l’assenza di squilibri macroeconomici eccessivi, una posizione sull’estero sostenibile, l’assenza di gravi vulnerabilità del sistema finanziario che mettano a repentaglio la stabilità finanziaria dell’area (vulnerabilità che l’Italia non ha e che invece hanno la Germania e la Francia, a motivo dell’ingentissimo ammontare di titoli finanziari illiquidi e non valutati al fair value presenti nei portafogli delle rispettive banche), l’accesso ai mercati internazionali dei capitali. Questi criteri sono tutti pienamente rispettati oggi dal nostro paese.

(Vladimiro Giacche, Audizione del 20 novembre 2019 presso le Commissioni V e XIV della Camera dei Deputati)

 

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L’ultimo post di cui vi consigliamo la lettura è quello pubblicato il 25 novembre da Alberto Bagnai nel suo blog. Bagnai spiega la distanza tra la teoria e la pratica nei rapporti tra Parlamento e Governo nel caso di discussione e approvazione dei trattati internazionali (perché il MES è un trattato internazionale, non una legge di uno stato federale europeo, che non esiste se non nei desideri di qualche altroeuropeista). Si tratta di un dietro le quinte estremamente interessante.

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