Coronavirus ed economia di guerra

Pubblichiamo la posizione e le proposte degli amici di Nuova Direzione in merito all’emergenza coronavirus

di Nuova Direzione

Il governo italiano, unico in Europa, sembra voler seguire l’esempio della regione dell’Hubei in cui c’è Wuhan senza averne compiutamente i mezzi. Troppe le differenze, la regione dell’Hubei, pur popolosa come l’intera Italia, è solo un ventesimo della Cina. L’economia è, anche se solo parzialmente, pianificata e lo Stato serba tutte le leve di potere monetarie, regolamentari e di reale indipendenza necessarie per gestire con la necessaria rapidità, flessibilità ed estensione le misure indispensabili per proteggere i cittadini.

Li hanno infatti protetti, hanno avuto 80.000 casi, 3.000 morti, ma oggi appena 10 nuovi casi.

Il modello dell’economia socialista di mercato, come i cinesi definiscono il loro ordinamento, ha dato insomma buona prova di sé in termini di efficacia e coordinamento nel raggiungere uno scopo collettivo. Ma per ottenerlo hanno dovuto tempestivamente arrestare la circolazione in un’ampia regione, isolare tutti i focolai, impedire tutte le normali attività sociali ed economiche non indispensabili. Se l’obiettivo diventa salvare le vite dei cittadini di fronte ad una minaccia come la pandemia da “coronavirus”, allora bisogna rallentare e fermare tutto ciò che la mette a rischio. Naturalmente, allargando lo sguardo, mette a rischio la vita sia il contagio sia il crollo totale dell’infrastruttura distributiva e produttiva di beni essenziali, come il cibo, le medicine, l’energia, le infrastrutture igienico-sanitarie. L’economia programmata e di mercato cinese aveva le informazioni, i centri di comando e controllo, le strutture giuridiche e le abitudini consolidate necessarie per sapere che cosa fermare.

Ma un paese come il nostro, che ha attraversato decenni di sistematico smantellamento di quel poco di capacità di programmazione e direzione economica che, con grande fatica e parzialità, era stata costruita negli anni del boom economico, non ha nulla di tutto ciò. Questo è il problema principale che abbiamo davanti nel momento in cui decidiamo di dare la precedenza alla vita dei cittadini rispetto all’accumulazione di ricchezza (peraltro prevalentemente concentrata in poche mani).

Oggi abbiamo oltre ventimila casi conclamati, mentre ieri erano quindicimila, di questi oltre millecinquecento sono in terapia intensiva in imminente rischio di morte. Coloro i quali sono in terapia intensiva, che si aggiungono agli ottomila ricoverati, occupano un terzo della complessiva capacità nazionale di trattamento, pur essendo per tre quarti concentrati in tre regioni, e quindi esercitano già oggi una pressione quasi insostenibile sulle capacità operative di queste cruciali aree. La posta in gioco è chiara: se crollano le capacità di risposta della sanità pubblica nessuno potrà salvare un ragazzo che ha un incidente con la moto, una persona che ha un infarto, un malato di tumore. Se questo avviene e si conserva per qualche tempo crolla l’intera struttura del nostro ordine sociale.

Siamo alla vigilia del nostro momento più buio.

Gli impulsi che arrivano dalla Cina, che ha arrestato buona parte delle sue produzioni per l’esportazione ed ora le sta riattivando senza sforzo apparente, hanno creato già problemi sistemici determinati dall’arresto della powerhouse mondiale, la ricostruzione in corsa di parte delle intrecciate catene del valore delle aziende internazionalizzate, ulteriore stress ad un sistema finanziario già da tempo sull’orlo di una crisi di nervi e nel quale molti indicatori erano tornati ai livelli pre-Lehman. Queste forze avranno effetti di lungo periodo nella ristrutturazione della globalizzazione, già avviata da tempo dalla nuova guida statunitense e dalle forze irresistibili della transizione egemonica in corso, e saranno della massima importanza politica nel medio termine. È ormai cambiata sia la struttura sia l’immagine della mondializzazione incontrollata a guida occidentale. Con il tempo la crescita del soft power cinese la cambierà ancora.

Nell’immediato, per l’Italia abbiamo due fronti che si intrecciano tra di loro in modo devastante, almeno potenzialmente. Da una parte l’andamento per ora esponenziale dell’epidemia che solo tra ieri ed oggi è cresciuta del 15%.Dall’altra la conseguenza sistemica delle misure indispensabili per cercare di frenare la diffusione per evitare il crollo totale delle nostre capacità di risposta. Torniamo un attimo sul punto: in Italia, dopo decenni di austerità e la chiusura di centinaia di presidi ospedalieri, nonché il pensionamento di decine di migliaia di medici non sostituiti, residuano capacità di trattamento di emergenza appena sufficienti per l’ordinaria amministrazione. La logica del valore, che guida le scelte di mercato, concepisce come spreco qualsiasi capacità ridondante. Queste capacità andrebbero invece ampliate immediatamente. Ma per allargare i posti letto di terapia intensiva ci vogliono strutture, attrezzature e personale che non si formano in pochi giorni. La gara che la Consip, con tempi assolutamente incredibili, ha aggiudicato per la fornitura di 5.000 respiratori (attrezzatura indispensabile per conservare in vita chi è allo stadio più severo della malattia), che sono il 130% di quelli esistenti, richiederà tempi di fornitura nell’ordine delle settimane, quando il contagio, progredendo, potrebbe averle rese irrilevanti. Una goccia nel mare.

Dall’altra parte, per rallentare il più possibile il contagio, non c’è altro che il modello Hubei. Il modello alternativo, quello britannico, è un salto nel buio che potrebbe sacrificare sull’altare del dio denaro centinaia di migliaia di vite. Quindi bisogna fermare le attività economiche non “indispensabili”, anche se definirlo sembra un’impresa impossibile.

Abbiamo giustamente fermato subito e completamente il settore turistico, ma milioni di persone ne dipendono, e sono quelle più deboli. Stiamo mettendo sotto enorme pressione il settore del commercio al dettaglio e non, e con essa la distribuzione. Potremmo avere perdite solo in questi due settori nell’ordine di molte decine di miliardi, se la crisi si prolunga per mesi. Peraltro, e giustamente, i lavoratori protestano per i rischi cui sono sottoposti, spesso senza le idonee protezioni. I nostri settori produttivi di beni e servizi producono valore aggiunto per oltre 1.700 miliardi, potremmo avere un impatto economico enorme. Ci sarebbe anche il problema dell’eterodirezione di parte importante della nostra struttura produttiva, che dipende da multinazionali per il 66 per cento dell’import e il 44 per cento dell’export. Ci sono settori come quello farmaceutico che sono all’80 per cento esteri, la chimica e l’elettronica per il 60 per cento, gli alimentari per il 20 per cento.

L’effetto grave e immediato da scongiurare è, quindi, stando anche alla composizione lavorativa dei nostri settori produttivi, la perdita di reddito di fasce deboli e debolissime (settori lavorativi in condizioni di debolezza più diversi gradi di precariato) con effetti sulla capacità di sostentamento ma anche effetti di disorganizzazione di rapporti sociali (ritardi nei pagamenti di affitti, bollette, imposte, rateizzazioni, con i conseguenti effetti a catena).

Dobbiamo quindi operare come possibile, senza avere i mezzi del socialismo di mercato, ma dobbiamo farlo.

Data la struttura delle imprese e del sistema produttivo italiano dobbiamo:

  • subordinare l’intervento a favore delle imprese a quello alle famiglie, per mitigare la drammatica crisi di domanda in arrivo,
  • gerarchizzare l’intervento a favore delle imprese in ordine alla dimensione, alla necessità e interconnessione, al valore strategico ai fini di mettersi sulla strada di un profondo ripensamento della mondializzazione.

L’intervento deve essere immediato e robusto, all’altezza degli impulsi deflazionari interni ed esterni che si stanno trasmettendo nel sistema economico e sociale. L’ordine di grandezza sin qui previsto, pur nella crescita dai primi ridicolissimi 3 miliardi ai 25 attuali, è insufficiente in modo radicale.La sola Gran Bretagna, che per ora è lambita solo marginalmente (323 malati) ha annunciato uno stimolo nell’ordine del doppio. La Germania, proprio, oggi ha annunciato un sostegno alle imprese attraverso la sua KfW che ha stimato in 550 miliardi di crediti garantiti dallo Stato. Ma, soprattutto, non possiamo aspettare i tempi della politica europea, anche qualora sospendesse davvero il“fiscal compact” pure per noi (e non solo per i paesi “virtuosi”). Potremmo avere tra pochi mesi una riduzione del Pil nell’ordine di quella del 2009, e forse maggiore. Soprattutto se la Bce continua a farsi guidare dalla Bundesbank.

Abbiamo bisogno di due, quattro volte, questa cifra, e poi forse di altri interventi man mano che si rendono necessari. Il feticcio del 3 per centro va messo nel museo degli orrori della storia.

In guerra si combatte.

Lo Stato deve ricordarsi di esistere, e l’Italia di essere una nazione. Bisogna riassorbire parte della disoccupazione esistente e in formazione con assunzioni di emergenza nella sanità (che ha 0,6 milioni di addetti) in modo da poter garantire il soccorso necessario a ciascuno, e nei servizi sociali e tecnici. Occorre darsi nel medio periodo l’obiettivo di arrivare a 1,5 milioni di assunzioni aggiuntive nella P.A., per portarci al livello dei migliori paesi europei (la Francia ha il 22% di occupazione pubblica, noi il 14%). Bisognerebbe anche, subito, compensare almeno il 75% del calo dei redditi cumulato che potrebbe essere stimato nell’ordine di molti miliardi al mese, se non si riesce ad arrestare la progressione.

La misura macroeconomica della manovra dovrebbe essere almeno quattro volte quella indicata per ora e il doppio di quella britannica, una frazione significativa di quella tedesca. Naturalmente tali somme andrebbero impegnate progressivamente, man mano che gli impulsi di crisi, propagandosi, richiedono interventi correttivi e compensativi.

Ma come usarli in modo sia efficace sia equo? Oltre agli investimenti diretti nella sanità, bisognerebbe investire risorse in attività capaci di colpire l’occupazione potenzialmente lasciata libera dalla contrazione, nella produzione socialmente e tecnicamente necessaria, nella riorganizzazione della distribuzione, nei servizi civili, nell’istruzione permanente, nell’assistenza tecnica.

Se vogliamo vincere dobbiamo, e man mano che si rende necessario:

Interventi immediati

  1. Investire con modalità di urgenza tutte le somme necessarie nella sanità, dando priorità alle macchine salvavita, ai Dpi, al personale medico ed infermieristico, quindi alle strutture, ai centri territoriali, ai servizi sociali di prevenzione;
  2. Requisire tutte le strutture disponibili, se necessarie ad erogare servizi indispensabili, soprattutto dove sono più carenti, come al sud;
  3. Precettare tutto il personale necessario ad erogare i servizi di prima necessità;
  4. Garantire con mezzi pubblici la distribuzione, precettandola o sostituendola, se le catene logistiche interne dovessero entrare in crisi;
  5. Garantire la protezione a coloro che devono continuare a lavorare, minimizzandone il numero, assicurando il più rigoroso rispetto delle norme e contemporaneamente l’irrigidimento di queste;
  6. Integrare il reddito, con la Cig in deroga o Reddito di Cittadinanza straordinario, di chiunque dichiari una riduzione tra il 30% ed il 100% del reddito, fino al massimo di 1.000 euro;
  7. Garantire liquidità a tutte le imprese solvibili, ed ai servizi professionali, cooperativi, del terzo settore, tramite linee di credito a garanzia pubblica, interessi zero e tempi adeguatamente lunghi di rientro, seguendo l’esempio tedesco, se del caso modificando la nostra legge che regola la Cassa Depositi e Prestiti;

Misure di sostegno interno

  1. Assicurare a coloro che restano a casa i propri diritti, punire con la massima severità chi impone le ferie, propone dimissioni dal lavoro o procede a licenziamenti, impone forme di “lavoro agile” vessatorie; alla crisi deve far fronte lo stato, non deve essere pagata dai lavoratori;
  2. Imporre alle industrie idonei programmi di fabbricazione socialmente necessari, qualunque sia nazionalità della proprietà, fornendogli specifiche, assistenza tecnica, mandati, per rendere indipendente il paese delle principali forniture strategiche, partendo da quelle mediche, in considerazione del possibile crollo delle supply chain mondiali;
  3. Sospendere immediatamente il pagamento dei mutui e degli affittiin favore del sostegno del reddito (provvedendo con risorse pubbliche ad attenuare l’impatto sulle controparti), per chiunque dichiari una riduzione del reddito superiore al 30%;
  4. Sospendere per sei mesi in modo generalizzato i pagamenti fiscali a tutti i cittadini ed a tutte le imprese con un fatturato inferiore a una soglia da definire;
  5. Sospendere per tre mesi ogni rateizzazione, a qualsiasi titolo, pubblica e privata;
  6. Nazionalizzare tutte le imprese che dovessero entrare in crisi per effetto della crisi, finanziarie o non, e quando giudicate strategiche, creando un veicolo di gestione delle imprese pubbliche e nazionalizzate, anche pro tempore, sul modello della vecchia Iri;
  7. Creare un centro di pianificazione di emergenza, in capo al Ministero dello Sviluppo Economico, per gestire tutto questo con il minimo dell’inefficienza, e dotato dei necessari poteri;

Misure nel rapporto con l’Unione Europea

  1. Ribadire la priorità dell’interesse nazionale su quello sovranazionale, dellaCostituzione sui Trattati Europei, dei cittadini sulle istituzioni finanziarie;
  2. Sospendere, e poi revocare, tutte le normative europee che fossero in conflitto con queste misure di emergenze necessarie per la sopravvivenza della nazione, a partire da quelle sulla mobilità di capitali e persone;
  3. Sospendere la normativa bancaria di Basilea, e poi revisionarla profondamente;
  4. Sospendere il Mes, e poi revocarlo.
  5. Imporre alla BCE di adempiere al suo mandato a garanzia della stabilità economica, e di acquistare in ultima istanza tutte le emissioni di debito si rendessero necessarie, se del caso impiegando un veicolo intermedio a controllo pubblico,anche in deroga ai suoi regolamenti;

Riprendere il controllo, italexit

  1. Se questo non avviene riprendere immediatamente la piena sovranità.

Questo è il minimo per continuare ad essere un paese civile.

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