La svolta di Draghi e le sue trappole

di Sandro Arcais

Non dimenticate.

Prima di tutto, non dimenticate chi è Mario Draghi.

Se non volete leggere il lungo articolo di Thomas Fazi su L’Intellettuale dissidente che racconta il suo ruolo strategico in tutta una serie di passaggi fondamentali del forzato allineamento dell’Italia all’ortodossia neoliberista incarnata dall’Unione europea e dall’euro avvenuta in questi ultimi 30-40 anni, vi faccio di seguito un veloce elenco.

Dal 1991 al 2001 è Direttore generale del Tesoro italiano. Da quella posizione guida la gestione amministrativa della privatizzazione del patrimonio industriale e finanziario pubblico italiano.

Il 2 giugno del 1992 pronuncia un discorso programmatico sul processo delle privatizzazioni in atto nello yatch Britannia, dove, tra le altre amenità finaz-global-euro-liberiste, pronuncia queste parole:

Questo processo … indebolisce la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale.

Tuttavia, consideriamo questo processo – privatizzazione accompagnata da deregolamentazione – inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea. L’Italia può promuoverlo da sé, oppure essere obbligata dalla legislazione europea. Noi preferiamo la prima strada. (vedi qui)

Dal 2002 al 2005 è Vicepresidente e managing Director di Goldman Sachs

Dal 2005 al 2011 è Governatore della Banca d’Italia.

Dal 2011 al 2019 è Presidente della Banca Centrale Europea.

Uno dei primi atti in questa veste è la famosa lettera firmata a due mani col presidente uscente Jean-Claude Trichet e inviata al goveno Berlusconi nell’agosto del 2011, lettera in cui dà carne a quell’Europa, evocata quasi dieci anni prima nel suo discorso sul Britannia, che avrebbe costretto l’Italia alle politiche di privatizzazioni e deregolamentazione necessarie all’integrazione europea in caso di riluttanza.

Segue il golpe di velluto del novembre 2011 (guidato dalla solita rodata alleanza tra grande finanza anglosassone, istituzioni politiche e finanziarie europee, e le più alte istituzioni della repubblica) che porta alla caduta del governo Berlusconi e all’ascesa del governo Monti.

Nel 2015 ha un ruolo centrale in un altro golpe, questa volta meno vellutato, quello che porta alla retromarcia del governo Tsipras e alla sua accettazione delle dure misure d’austerità imposte dalla Troika alla Grecia. In quel caso, Draghi interrompe l’erogazione di liquidità alle banche greche.

In coerenza con tali atti, Draghi è stato uno tra gli ideatori del fiscal compact e della costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, il teorico del “pilota automatico” (ai liberisti piace spacciare per automatici e naturali fenomeni che hanno ben precisi artefici), del “governo dei mercati”, dell’austerità e delle riforme strutturali, ecc.

Non chiamatelo “salvatore della patria”.

In fondo, Draghi non è neanche un Italiano. Draghi non ha mai operato con in vista gli interessi dell’Italia.

Draghi è sempre stato ed è uomo della grande finanza anglosassone. Potremmo chiamarlo un Gran Sacerdote della Universale Religione Capitalistica dedita all’accumulo infinito di ricchezza e potere.

Epperò l’articolo di Draghi è una bomba atomica. Proprio perché è il maggiore referente europeo del grande capitale finanziario anglosassone che sta parlando, e quindi è da leggere con attenzione. Attraverso Draghi, la grande finanza anglosassone dichiara di rinunciare (momentaneamente) ai suoi sogni di governo mondiale dei mercati, di rinunciare alla globalizzazione e all’iperconnessione delle catene di valore, di avere bisogno degli stati, e di essere disposta a scendere a compromessi con i popoli che questi stati hanno la funzione primaria di proteggere.

Come i patrizi con la plebe nei momenti in cui Roma, e quindi la sopravvivenza dei loro interessi, che sulla tenuta della res pubblica romana si basavano, era in pericolo.

O come un parassita che, consapevole della sua dipendenza dalla sopravvivenza dell’ospite, allenta la sua voracità quando la vita dell’ospite è in pericolo, per una ragione o per l’altra.

Ma per fare cosa, la grande finanza mostra di avere nuovamente bisogno dei popoli occidentali? E secondo quale compromesso? E nei suoi piani, quanto tempo durerà questa tregua nella sua guerra ai popoli e agli stati? Sono domande interessanti che esulano dalla portata di questo post.

Nella sua famosa lettera al Financial Times, che tanto entusiasmo ha suscitato in Matteo Renzi e nel suo vecchio compagno di classe, Giancarlo Magalli,  Draghi con notevole nonchalance, spaccia per evidenze normali ciò che fino a giusto ieri erano tabù da affrontare (vanamente, del resto) con decine di argomentazioni, prove, dati:

  1. il debito pubblico non è un problema;
  2. il debito privato è un problema;
  3. le banche private creano il denaro (bancario) dal nulla facendo credito;
  4. lo stato conta.

Prendetene nota.

Non perché un domani potremmo rinfacciare a Draghi le sue parole. Piuttosto per misurare con quale facilità, se controlli gli strumenti per manipolare la comunicazione e con essi l’opinione pubblica, puoi trasformare un tabù in una banalità dall’oggi al domani, e lasciare sole le formiche tedesche, olandesi e finlandesi a difendere la grotta sacra dedicata al culto del pareggio di bilancio dagli assalti delle cicale (tutti gli altri). E misurare quanto gli sarà semplice, se sarà necessario a preservare il loro dominio, un domani fare la capriola inversa, e trasformare nuovamente la banalità in tabù.

Ma prendete nota anche di una straordinaria assenza, nella lettera di Draghi:

  1. la banca centrale crea denaro dal nulla acquistando titoli di debito pubblici e privati.

E l’assenza è notevole, dal momento che sino a pochi mesi fa, Draghi guidava la BCE, ed è stato protagonista di programmi di acquisti simili per miliardi e miliardi di euro.

Non può essere una dimenticanza. È semmai l’ultimo re nudo di cui la grande finanza non vuole si veda la nudità, soprattutto qui in Europa, in cui le tradizioni socialiste, socialdemocratiche, legate allo stato sociale, al diritto al lavoro, alle costituzioni di ispirazione keynesiana, non sono evidentemente ancora state spazzate via completamente. Chissà mai quali strane idee in testa potrebbero risorgere ai popoli europei dimentichi di se stessi e della propria storia.

Questa assenza è importante. Più importante delle presenze.

Perché delle due l’una:

  • o i soldi necessari allo stato per alimentare il suo defict e gonfiare il suo debito necessari ad assorbire il debito privato (conseguenza certa del rallentamento produttivo e del calo della domanda causati dal contagio) sono creati dal nulla dalla banca centrale, in Europa la BCE, e trasferiti agli stati attraverso l’acquisto diretto del loro debito,
  • oppure gli stati devono rivolgersi ai mercati e indebitarsi con gli investitori privati (ammesso che, col grande falò di ricchezza fittizia, con il rallentamento produttivo e della domanda che si sta preparando, ciò sia possibile (a meno che non si sia disposti ad accettare dai cinesi oltre che le mascherine i loro soldi in prestito (forse è proprio questa la prospettiva che atterrisce il grande capitale finanziario anglosassone))).

Capite bene che c’è una bella differenza. E in fondo è la stessa domanda che si pone anche Emiliano Brancaccio su Econopoly del 29 marzo 2020.

A quale delle due soluzioni stia pensando l’ex governatore di molte cose non è dato sapere. E pensare che su questo punto, a volerlo, essere chiari è molto semplice:

La solidarietà europea può passare solo attraverso l’abrogazione dell’articolo 123, paragrafo 1, del TFUE, ciò che permetterebbe l’acquisto di titoli da parte della BCE direttamente sul mercato primario. È questa l’unica richiesta sensata da fare ai tavoli europei. (vedi qui)

Sino a quando il professor Draghi non ci chiarirà il suo pensiero, un consiglio: diffidate di lui.

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