Binari giusti

Forse dovremmo dirlo forte e chiaro: non esiste un diritto senza limiti alla genitorialità. Anzi, di più: non esistono diritti individuali senza limiti. I diritti individuali assoluti non esistono e volerli porli in essere significa partire da una idea intimamente neoliberista e neocapitalista: quella che la società non esiste, che esistono solo individui.

Sulla questione pubblichiamo un intervento su La Fionda di Francesca Izzo.

di Francesca Izzo

Se dibattito ha da esserci sulla maternità surrogata, come è stato di nuovo chiesto nel disgraziato caso dei neonati di Kiev,  la prima condizione è che lo si metta sui binari giusti. E non lo si fa se si afferma, come accade di solito, che il confronto è tra la posizione “laica”   ( di coloro che sostengono la regolamentazione della pratica della surrogata) e la posizione “ideologica” e/o “moralistica” ( di coloro che sono contrari). Dato che laico definisce una modalità di espressione, argomentata e razionale, delle proprie idee e di confronto con quelle altrui,  l’uso  improprio che in questo contesto  ne viene fatto evoca da subito nei lettori l’idea che, essendo la laicità  cosa buona e giusta e l’ideologia  una roba piuttosto perversa, i contrari alla surrogata sono una banda di oscurantisti e oppressori. In questo modo ci si può risparmiare di argomentare nel merito, di dire,  dal proprio punto di vista,  cosa è la surrogata, cosa comporta per la procreazione umana e per il bambino, oggetto di tale pratica. E’ sufficiente che si dica che l’unica posizione “laica” è quella che lascia ogni individuo libero di “autodeterminarsi”, che l’unica forma di convivenza civile è quella fondata sulla assoluta libertà individuale spinta fino alla scelta di vendere e comprare  persone,  bambini. Che, al contrario, ogni richiamo alla valutazione, al giudizio sostanziale è “ideologia”.  Ma questa posizione esprime una precisa ideologia: un’ideologia modernista che esalta la dilatazione dei consumi e l’illimitatezza del desiderio sostenuto dalle nuove possibilità tecniche sulla base del presupposto che la società non esiste, esistono solo individui con il loro assoluto, insindacabile diritto mentre ogni altra posizione lede diritti e libertà. Ciò che trovo singolare è che sia fatta propria da un’opinione “di sinistra” che, mentre critica la pervasività del mercato e la proliferazione delle diseguaglianze,  non batte ciglio, anzi approva  la sottomissione delle donne e dei bambini al mercato delle nascite.

Ma veniamo al merito.

La questione è di enorme rilevanza perché si tratta di una pratica sociale che comporta, grazie agli sviluppi delle biotecnologie, la trasformazione della vita umana in un prodotto tecnicamente riproducibile e che legittima l’uso mercantile della potenza procreativa delle donne  e del suo frutto, i bambini.

Il fenomeno della maternità surrogata, delle varie banche (non per niente si chiamano così) del seme e degli ovociti e delle agenzie che si occupano degli scambi rientra nel quadro di un’economia, diffusa a livello planetario, in cui il vivente umano è diventato una riserva di materiale biologico e il corpo un assemblaggio di pezzi, e di una cultura giuridica che trasforma in diritto ogni aspirazione, bisogno , desiderio individuale, anche quello di possedere un bambino

Nella pratica della surrogazione, anche in quella ipocritamente chiamata solidaristica, viene spezzata l’unitarietà del processo procreativo umano che è tale (e non riproduttivo  o peggio produttivo) per l’assoluta peculiarità  che lo distingue nel suo principio e nel suo fine: quella singola donna e quel singolo bambino, assolutamente non replicabili o riproducibili, come invece accade nella riproduzione animale o di beni, uniti in un vincolo corporeo/mentale unico. Il processo viene, invece, segmentato  in “pezzi”, comprati e venduti sul mercato(ovociti, utero e neonato) così da ridurlo a un assemblaggio per “fabbricare” bambini, secondo le regole proprie del mercato. Alla gravidanza si toglie ogni “pregnanza” fisica, emotiva, relazionale e simbolica e alla donna che “affitta” il suo ventre è sottratta la personalità così che il processo da procreativo diventa riproduttivo e il bambino è la merce finale.
Dal punto di vista giuridico, nella surrogata si fa valere il cosiddetto diritto alla genitorialità, il diritto a essere padre o madre (è bene precisare: un diritto a generare un figlio, cosa diversa è la cura e  l’allevamento, benché anche qui mi pare improprio ricorrere alla grammatica dei diritti). Ormai se ne parla tranquillamente come di un’ovvietà, mentre è letteralmente sconvolgente. Se accettiamo di parlare della genitorialità in termini di diritti ne consegue a) che un evento eminentemente relazionale, si potrebbe dire l’archetipo della relazionalità umana, diventa appannaggio del singolo individuo, si trasforma in un diritto soggettivo con la cancellazione del tratto relazionale e della potenzialità naturale; b) che, in base alla logica stringente dei diritti che postulano individui liberi ed eguali, tutti gli ostacoli fisici, sociali, di sesso vanno superati per affermare il principio dell’eguaglianza nel godimento di tale diritto. Negarlo sarebbe una discriminazione. Tutti ne hanno diritto e lo Stato è chiamato a  diventarne garante. Non abbiamo qui una divaricazione clamorosa tra diritto e giustizia, volendo intendere con “giustizia” misura e rispetto per la realtà della procreazione che chiede l’incontro dei due sessi e la verità sulla origine del bambino?

Il bambino per conservare pienamente la sua natura di essere umano, deve essere sempre un fine mai un mezzo. Nella maternità surrogata, invece, per il bambino, la libertà originaria che ne segna la sua umanità va perduta. Il bambino, la sua umana personalità,  diventa oggetto di  un contratto, di uno scambio.

Sono potenti le sollecitazioni ad abolire i divieti dove vigono, come in Italia e nella stragrande maggioranza dei paesi europei. E ingenti sono i mezzi comunicativi  messi a disposizione dal gigantesco business che ruota intorno alla bioeconomia. Il principale e più insistito argomento, a cui si ricorre per richiedere la regolamentazione e quindi la legittimazione della surrogata, è il “superiore interesse” dei bambini che, nati da questa pratica in paesi dove è consentita, devono vedere riconosciuto anche in Italia il loro stato di filiazione.

Negli ultimissimi anni abbiamo avuto pronunce molto  chiare da parte della Corte costituzionale e delle sezioni riunite della Corte di Cassazione contro i tentativi di aggirare il divieto della legislazione italiana. La suprema Corte in una sentenza del 2018 , pur affermando che il giudice è sempre tenuto a valutare comparativamente l’interesse alla verità e l’interesse del minore , considera che la surrogazione di maternità  “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”.

A sezioni riunite la Cassazione l’8 maggio 2019 ha sentenziato che il riconoscimento del rapporto di filiazione tra un minore nato all’estero mediante ricorso alla maternità surrogata e il genitore d’intenzione italiano trova ostacolo nel divieto della surrogata.

Il punto è che il “superiore interesse” del bambino sta nel rispetto del suo diritto alla verità sulla propria origine, a sapere chi è sua madre e suo padre; quindi  nei casi  di bambini nati all’estero con la surrogata, di cui si deve occupare la giurisdizione italiana, deve essere questa la bussola per orientarsi senza automatismi o peggio meccaniche trascrizioni all’anagrafe.

Comunque la via maestra, certo lunga e complicata, è quella di puntare all’abolizione universale della surrogata, rendendo consapevoli le opinioni pubbliche dei vari paesi  delle enormi implicazioni di tipo etico giuridico antropologico che questa pratica trascina con sé.

Abbiamo necessità di una cultura civile europea che affermi un suo ethos e non sia solo passiva registrazione degli sviluppi della tecnoscienza, abbiamo necessità di  ridisegnare i confini tra ciò che è avanzamento di civiltà e  ciò che, come diceva Vico, “è  la barbarie della riflessione” frutto delle “malnate sottigliezze degli ingegni maliziosi”.

Tratto da La Fionda

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