Deutschland, Deutschland über alles?

di Patriottismo Costituzionale

La borghesia italiana si è svegliata dal sogno europeo e si è trovata immersa nell’incubo tedesco. La benevola chioccia-Europa le si è rivelata per quello che è in realtà: un avvoltoio-Germania in attesa della sua morte per asfissia.

Aveva fatto male i suoi conti, la nostra borghesia. In un misto di ingenuità, candore, astuzia, impotenza, irresponsabilità e imperizia, agli inizi degli anni Novanta, ha collaborato con imperatore e vassalli maggiori dell’impero d’occidente a fare fuori una intera classe dirigente e un apparato industriale che, nel bene e nel male, avevano garantito fino ad allora un governo sufficientemente autonomo all’Italia; e non aveva ritenuto necessario sostituire quella classe dirigente con sue dirette emanazioni, puntando invece tutto su governi tecnici, su marionette, sul progressivo indebolimento dello stato, su cessioni sempre più spinte di sovranità e sull’eterodirezione dell’Unione europea.

E oggi le cause hanno alla fine generato i loro effetti: non puoi impunemente creare il vuoto pensando che a qualcun altro non venga il desiderio di riempirlo.

1.

La dinamica delle partite correnti italiane è da qualche anno in costante surplus.

Nello specifico, nel mese di ottobre

A livello congiunturale (ovvero raffrontando il dato su quello del mese precedente) le esportazioni sono aumentate dello 0,7% sui mercati UE e del 6,1% sui mercati extra UE. Su base annua e dunque a livello tendenziale l’aumento dell’export è pari al 4,3% trainata dal fortissimo exploit sui mercati extra UE (+ 8,3%). Dal punto di vista delle importazioni invece si rileva una diminuzione del 2,3% a livello congiunturale e del 5,8% su base annua (dato tendenziale). (Giuseppe Masala, Stiamo vivendo al di sotto delle nostre possibilità)

http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/economia-e-finanza/56816.html

Non è che questo ci deve inorgoglire più di tanto. In un’area monetaria comune senza uno stato e votata all’idolatria dell’esportazione, qual è la zona euro, esportare è possibile solo in una maniera: falciando la domanda interna (Monti docet) e deflazionando il lavoro.

Ma il punto, ora, non è questo.

Il punto è raccontare un’altra storia rispetto alla situazione economica dell’Italia e mettere in rilievo la vera partita che si sta giocando in questi giorni fra i grandi capitali nazionali europei.

E la vera storia sul capitalismo industriale italiano è che sta andando alla grande. E lo sta facendo secondo quello che è il modello mercantilistico tedesco imperante nell’eurozona, il cui motto è: esportare, esportare ed esportare ancora di più.

 

2.

Le banche italiane sono migliori di quelle tedesche e francesi.

In estrema sintesi è questo che mette in rilievo la classifica dell’Eba (Europea banking Autority) sulla redditività del capitale (ovvero, sul ritorno degli investimenti) delle banche europee.

L’aspetto più evidente è che la media del Roe delle banche italiane più grandi è aumentata dello 0,4% su base annua, passando dal 7,69% nella secondo trimestre del 2018 al 7,73% del 2019. (…) Parigi ha un Roe del 6,41% mentre Berlino dello 0,1%: fa specie considerare che i tedeschi, nel 2018, potevano contare su un valore pari al 3,17%. (Federico Giuliani, Le banche italiane? Migliori di quelle tedesche e francesi)

https://www.liberoquotidiano.it/news/economia/13545489/banche-italiane-migliori-paradosso-europa-male-tedesche-continuano-spendere-salvataggi.html

A minacciare la tenuta del sistema bancario europeo non sono le banche italiane, bensì quelle dei maestrini tedeschi dal ditino accusatorio sempre puntato.

La conclusione è che il capitalismo finanziario italiano sta andando alla grande, sta superando le difficoltà degli anni recenti, si è liberato dei crediti deteriorati e non è gravato da montagne di titoli spazzatura, come quello tedesco e francese.

 

3.

Non è la sostenibilità del debito pubblico italiano a preoccupare la Germania, ma la situazione precaria delle sue banche, il conflitto commerciale con gli USA di Trump, la contrazione del commercio internazionale.

In una situazione di questo tipo, una nazione guidata dall’imperativo categorico mercantilista di esportare a più non posso deve assolutamente eliminare i concorrenti.

I mercati si restringono? Devono diminuire anche i venditori.

È la semplice darwiniana lotta per la sopravvivenza. Mors tua vita mea.

Nel centro brumoso dell’Europa, è così che ragionano.

E chi sono i soli veri concorrenti in Europa nell’allegro gioco del “A chi esporta di più”? Se ve lo state ancora chiedendo, vi invitiamo a tornare al punto 1.

4.

Siamo in guerra.

Certo, guerra economica, ma guerra. L’attacco viene principalmente dalla Germania e in maniera più subdola dalla Francia. Il sogno ammaliante degli Stati Uniti d’Europa è il loro strumento ideologico, il loro cavallo di Troia. La Commissione il loro strumento operativo. Il soffocamento la loro strategia.

Sono più di mille anni che ciclicamente nel cuore dell’Europa, nel suo ventricolo occidentale o in quello orientale, nasce l’idea di unificarne i popoli tramite conquista e annessione. Sono più di mille anni che tale progetto fallisce lasciando uno strascico di morti, distruzione e dissidi. Negli ultimi due secoli il ritmo si è accelerato e le distruzioni e macerie sono aumentate. Attualmente siamo nel pieno dispiegarsi dell’ultimo di quei cicli.

Il peccato originale unioneuropeo è il dogma che in Europa debba esistere un solo sistema economico, una sola dottrina socio-economica, una sola moneta, ma tanti stati sovrani. Il modello economico di riferimento e su cui convergere fin dall’inizio è stato quello mercantilistico tedesco. Nella pratica, tale processo di convergenza ha incontrato la resistenza più o meno aperta degli stati sovrani che non fossero già organicamente integrati nel sistema economico tedesco. La Germania ha risposto a tali resistenze imponendo a livello europeo un sistema di regole di convergenza sempre più stringenti, sempre più tecniche, sempre più sganciate dalla discrezionalità politica. Sempre più stupide, come direbbe Romano Prodi.

(Salvo che dipende dai punti di vista. Quelle regole sono stupide per chi è convinto che il gioco che si sta giocando è quello di costruire la meravigliosa e protettiva casa comune europea in cui tutti i singoli popoli trovano rifugio e possono competere ad armi pari con i giganti USA e Cina. Le stesse regole sono molto intelligenti per chi sta giocando tutto un altro gioco, quello di unificare per conquista e annessione economica e politica le altre economie europee per poter competere ad armi pari con i giganti USA e Cina.)

La riforma del MES e la proposta di introdurre la “ponderazione di rischio” per i titoli di stato detenuti dalle banche e dalle compagnie assicurative proseguono sulla strada di rafforzare sempre più gli “incentivi” alla riduzione del debito pubblico per portarlo entro i parametri stabiliti nel trattato di Mastricht.

Sulla prima abbiamo detto ampiamente, sulla seconda proposta è bene spendere due parole.

Si tratta di una proposta tedesca (poteva essere altrimenti?), avanzata all’interno del processo di revisione della direttiva europea che regola il settore assicurativo (Solvency II), tesa a introdurre

una valutazione, arbitraria come ogni giudizio non di mercato, sulla “solidità” delle finanze pubbliche dei singoli paesi. Maggiore è la “sensazione di debolezza” che viene loro affibbiata, minore sarà il prezzo di quei titoli sul mercato e dunque più alto sarà il “premio” (gli interessi da pagare per “attirare investitori”). (Claudio Conti, MES e Solvency, la trappola che terrorizza il capitale “nazionale”)

Sui titoli di stato è basata tutta la finanza attuale, sono le fondamenta su cui è costruita. Diminuire il valore di un titolo di stato emettendo una valutazione opinabile e manipolabile secondo i rapporti di forza vigenti nell’Ue, e che non sia fatta dal mercato nel gioco di scambio, significa per la Germania dotarsi di un’arma con cui ricattare l’Italia e metterla all’angolo.

A quel punto, in qualsiasi scenario la Germania vincerebbe.

L’Italia, per non incorrere in una ponderazione negativa del rischio dei suoi titoli di stato si lancia in una corsa alla riduzione del debito a suon di tasse, tagli e repressione poliziesca delle proteste? La Germania vince: la conseguente recessione con il corollario di crisi e fallimenti apre una prateria senza ostacoli per i capitali tedeschi e per le acquisizioni a prezzo di sconto con relativa eliminazione di pericolosi concorrenti.

L’Italia si ostina a non intraprendere la strada della riduzione del debito a suon di tasse, tagli e repressione poliziesca delle proteste? La Germania vince: una ponderazione negativa del rischio dei suoi titoli di stato arriva al momento giusto, diminuisce il valore dei titoli di stato italiani, titoli di stato detenuti per lo più da istituzioni finanziarie nazionali, istituzioni che vedrebbero falciati i loro capitali, e a quel punto si apre una prateria senza ostacoli per i capitali tedeschi e per le acquisizioni a prezzo di sconto con relativa eliminazione di pericolosi concorrenti.

 

5.

La Germania perderà per la terza volta.

Pochi, in Germania, hanno la capacità di inserire le dinamiche economiche interne tedesche nel più ampio scenario del contesto internazionale, come fa Heiner Flassbeck:

Se qualcuno nel 1995 mi avesse chiesto come sarebbe andato il tentativo della Germania di ridurre i suoi salari nell’ambito dell’eurozona (o aumentarli meno della crescita della produttività), la risposta sarebbe stata molto semplice. Avrei detto che se gli altri paesi avessero accettato il dumping salariale tedesco senza contromisure o addirittura avessero aumentato i loro salari più di quanto fosse stato giustificato dalla loro rispettiva produttività, la Germania avrebbe senza senza dubbio sperimentato un boom delle esportazioni e uno sviluppo economico eccezionalmente buono. Ma avrei anche detto che una tale politica nel lungo periodo avrebbe portato alla distruzione dell’unione monetaria e avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per la Germania. (Heiner Flassbeck, La crisi attuale è figlia di Hatz IV)

Al contrario, la maggior parte degli economisti tedeschi (e dei politici, dei media e dell’opinione pubblica da loro influenzata), richiesti di un parere sulla politica di compressione dei salari portata avanti dal governo rosso-verde tedesco alle soglie del 2000, avrebbero fatto un ragionamento di questo tipo:

… se, come è accaduto in Germania ai tempi dell’Agenda 2010 e con l’aiuto dell’Agenda 2010, è possibile imporre una riduzione (relativa) dei salari (rispetto all’estero) e quindi 20 anni di maggiore occupazione, meno disoccupazione e una forte posizione all’interno dell’UE, allora questa politica tedesca deve essere davvero giusta. (idem)

E il ragionamento, evidentemente, prosegue in questo modo: «e se è giusta per la Germania, allora deve essere davvero giusta per tutta l’Europa».

Peccato, però, che il progetto di trasformare tutta l’Europa in una serie di stati vassalli di una Germania dedita appassionatamente alla compressione dei salari, all’esportazione e all’accumulazione di crediti e capitali è destinato a scontrarsi con la reazione di bulli più grossi di lei che non tollerano le sue pratiche di dumping e le sue mire espansionistiche.

 

6.

Il problema del grande capitale italiano.

L’ostinazione con cui la Germania persegue il suo progetto di assoggettare le varie economie europee agli interessi e alle difficoltà del proprio apparato produttivo e finanziario ha svegliato improvvisamente il grande capitale italiano dal suo “sogno europeo”: utilizzare il vincolo europeo per governare, assoggettare e deflazionare il lavoro all’interno e praticare le proprie politiche mercantilistiche all’esterno.

Eliminato Berlusconi, la cui eccessiva dipendenza dal consenso popolare si traduceva in riluttanza nel portare avanti decise politiche deflazionistiche antipopolari, i vari governi tecnici e semi tecnici che si sono succeduti in Italia da Monti in poi, sono stati molto bravi ad applicare l’unica politica economica possibile all’interno del Patto di stabilità: tenere bassi i salari per diminuire le importazioni e aumentare le esportazioni. In questa politica, l’Italia sta ora superando la stessa Germania.

Abbiamo già detto che è questa la vera ragione dello strabismo tedesco, del loro esclusivo concentrarsi sul peso del debito pubblico e del loro non tenere in alcun conto la situazione finanziaria delle istituzioni private: banche e assicurazioni.

Mai si era vista una borghesia italiana così decisa, netta e chiara nel contrastare i progetti eurotedeschi:

Noi siamo liberi di comprare quel che vogliamo. Le banche hanno 400 miliardi di debito pubblico italiano. Il mio problema è capire cosa fa la Repubblica italiana per tutelarlo, questo debito pubblico. Se davvero le condizioni relative al debito pubblico si alterano, o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscano sinistri [leggi, riforma del MES], allora le banche italiane sottoscriveranno meno debito pubblico, non lo compreremo più. (Antonio Patuelli, presidente dell’Abi)

È da ritenere profondamente sbagliata la discussione sull’introduzione nei calcoli della normativa prudenziale di un fattore di ponderazione del rischio dei titoli pubblici. Ponderazione che peraltro non esiste in alcun paese del mondo, né nel settore bancario né in quello assicurativo, sulla quale sarebbe opportuno interrompere ogni discussione. (Maria Bianca Farina, presidente dell’Ania)

I piccoli e incerti benefici di un meccanismo per la ristrutturazione dei debiti sovrani devono essere soppesati considerando l’enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena di aspettative di default, che può diventare una profezia che si autoavvera. (Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia)

Nel complesso, si può forse dire che la prospettata riforma del MES aiuta la stabilità dei paesi virtuosi dell’eurozona, ma è probabile che renda meno stabili paesi come l’Italia. (Giampaolo Galli, direttore dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani presso l’Università Cattolica)

Questa riforma, in questi termini è sbagliata. Alcuni suoi aspetti oggi sono obiettivamente molto pericolosi per l’Italia e questo per una serie di motivi. Tra tutti il fatto che i nuovi criteri per l’accesso agli aiuti comportino una sorta di presunzione che se un Paese deve accedere al Meccanismo di stabilità, detto Mes, deve necessariamente ristrutturare il proprio debito sovrano. (Carlo Cottarelli)

Silenzio assordante (Confindustria)

Cosa significa tutto questo? Che la borghesia italiana è pronta a far sua l’intuizione vincente di Salvini di condire la ferrea dottrina liberista con un pizzico di politiche volte a venire incontro alle esigenze di protezione che emergono dal ceto medio italiano? Forse. Di sicuro questa è la proposta lanciata recentemente dalla Lega.

 

7.

Come finirà?

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