Tra sogno e Realtà

di Sandro Arcais

In una delle ultime puntate della serie televisiva americana Grey’s Anatomy, la dottoressa Meredith Grey si confida ad un paziente e sogna:

Quasi contemporaneamente un ventenne sardo, in una lettera aperta, saluta con leggera amarezza la sua isola:

Cara Sardegna,

tante volte mi sono detto lo faccio e non l’ho mai fatto. I prossimi saranno (a scanso di ripensamenti, purtroppo difficili) gli ultimi mesi che passeremo insieme. Ultimamente mi è capitato di fare alcuni viaggi, quindi di prendere alcuni aerei. Il biglietto l’ho fatto sempre andata e ritorno, però sta volta mi costringi a malincuore a farlo di sola andata. Si sa, i biglietti di sola andata sono sempre brutti. Ma sono i biglietti per il nostro futuro, e tu al nostro futuro non ci pensi. Ma in fondo, cara Sardegna, tu non hai colpe. Le colpe le ha chi ti ha ridotto così. Ma forse la colpa è anche nostra, che abbiamo fatto poco per cambiarti. Ma purtroppo noi come cambiarti non lo sappiamo. Hai il clima più bello del mondo, il mare più bello del mondo, il cibo più buono del mondo e la gente migliore del mondo. Ma come saprai, per vivere non basta questo. Tanti figli tuoi ti hanno abbandonato, tanti figli tuoi ti abbandoneranno. Ma si sa, il tuo sole brilla anche da tanti chilometri di distanza. Da vicino o da lontano come posso non amarti, Sardegna? Ci amassi anche tu come ti amiamo noi… sarebbe tutto più bello. Ogni tuo figlio che se ne va è pronto a tornare: dipende da te.

A nos bidere.

Troppo semplice sbattere in faccia alla dolce Meredith la realtà di un’isola ferita, depressa, disoccupata, impoverita, sterile, invecchiata, spopolata, disorientata, privata del futuro, colonizzata e occupata, gettata anche lei come tutti gli altri popoli europei in questa gabbia di matti psicopatici che è diventata l’Europa, un posto dove si pretende di perseguire la coesione e il recupero delle zone sottosviluppate mettendole in concorrenza e competizione con quelle più sviluppate. Un posto dove si confondono gli effetti con le cause e si blatera allo sfinimento di capitale sociale quale prerequisito dello sviluppo invece di porlo quale obiettivo da perseguire proprio attraverso lo sviluppo.

Una Sardegna guidata da una classe dirigente liberista, europeista, globalista e mercatistica, convinta di poter lanciare la nostra isola nella competizione europea e mondiale, non tanto perché convinti che ce la possiamo fare, quanto perché preda dell’idea che non ci sia alternativa: o ci si sviluppa in quel modo o si crepa.

Una classe dirigente sarda convinta della sostanziale inutilità di un progetto industriale unitario per il sistema Italia, perché

In un sistema europeo come quello in cui viviamo, sempre di più le politiche nazionali hanno sui territori un’importanza limitata, mentre diventa più cogente una politica industriale effettuata dalle singole regioni e «tagliata» per esse. (Antonio Sassu, Lo Sviluppo locale in Sardegna: un flop?)

Una classe dirigente sarda che condivide nella sostanza quella sorta di «esternalizzazione del problema Mezzogiorno» (Adriano Giannola, Sud Italia. Una risorsa per la ripresa) operata con la Nuova Programmazione Economica che affida il problema dello sviluppo delle zone sottosviluppate della nazione alle regioni e ai Fondi europei.

Una classe dirigente sarda che sogna di liberarsi dei legami geografici, economici e storici con l’Italia per tuffarsi nel brodo europeo, senza sentirne i miasmi velenosi; che sogna “l’Europa delle Regioni”, senza cogliere le neanche più sotterranee ostili politiche di potenza dei maggiori stati europei.

Una classe dirigente sarda che abbraccia in pieno la politica austeritaria del governo centrale, il suo obiettivo del pareggio e degli avanzi di bilancio, e che sente come suo dovere partecipare all’obbiettivo rinunciando a parte delle sue risorse che le spetterebbero di diritto (i famosi “accantonamenti”), limitandosi al fioco lamentio di un suo assessore:

Sappiamo di dover pagare gli accantonamenti per contribuire al risanamento del debito pubblico nazionale ma contestiamo con forza la cifra, troppo alta rispetto al nostro Pil e superiore a quella chiesta ad altre regioni spesso più ricche della nostra.

E mentre loro sognano, senza neanche più crederci veramente, di ottenere lo sviluppo della Sardegna affidandola alla burbera ma salutare e giusta educazione e pedagogia del libero mercato, la Sardegna invecchia, perde figli e diventa sterile.

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