Capitalismo

di Guido Grossi

Se siamo convinti che fuori dal capitalismo ci possa essere solo il comunismo, il socialismo “reale”, se quello che riusciamo ad immaginare lì fuori è solo il trasferimento della proprietà dagli individui ad uno Stato accentratore, che per natura tende a diventare burocratico ed opprimente, finisce che il capitalismo ce lo teniamo caro e stretto.

Lo identifichiamo con la libertà.

Se siamo convinti… fermiamoci! Cosa vuol dire essere “convinto”?

Le convinzioni, sono sempre “errate”. Per loro natura.

Con – vinto vuol dire, letteralmente, che sono sconfitto, vinto, quindi prigioniero. Prigioniero di una idea chiusa, che mi impedisce di esplorare, di uscire da quel perimetro di conforto che mi fa sentire al sicuro, e al di fuori del quale vedo solo incertezza, e grandi pericoli. Talmente grandi che… mi impediscono di usare la ragione.

 

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La paura, sempre, impedisce di usare la ragione. Mette il sistema più primitivo del nostro cervello al di sopra della corteccia cerebrale. Esclude dai meccanismi decisionali l’uso della ragione.

Va bene, la paura, quando ci salva dalla belva che ci vuole sbranare!

Ma chi ci dice che nell’ignoto, al di fuori del perimetro di conforto, ci siano solo belve feroci? E’ sufficiente l’esperienza di qualcuno che ne è uscito e, per quel poco che ne sappiamo, non è tornato?

Proviamo ad usare la ragione, sforziamoci di mettere a tacere gli impulsi potenti della paura, e limitiamoci ad osservare con disincanto e onestà intellettuale, com’è fatta la realtà dentro al perimetro di quella che solo il nostro sistema “rettile” ci fa percepire come zona di “sicurezza”.

Capitalismo.

Nella radice “ismo” c’è, come sempre in quella radice, l’esasperazione, la radicalità, la difficoltà di confronto, la chiusura.

Nel capitale, ci sono i soldi. Nient’altro.

Ripetilo con me, starai meglio: nel “capitale”, ci sono i soldi, e nient’altro.

Il capitalismo, nella sua essenza, è questo: esasperata accumulazione di capitali.

Laddove l’accumulazione, lo dice la parola, ostacola la distribuzione, la condivisione.

L’umanità contemporanea, frutto di milioni di anni di evoluzione, si è impigliata in questo punto: ci siamo convinti che dobbiamo, con radicalità ed esasperazione, fare di tutto per accumulare capitali.

Se non accumuliamo capitali, non possiamo progredire.

Convinti di questa idea, accettiamo che il profitto economico diventi l’unico metro di giudizio su quello che intendiamo, nel nostro inconscio collettivo, “progresso dell’umanità”.

Basta guardare le statistiche ufficiali: non misuriamo forse tutto in termini di quantità di soldi? Il PIL, la crescita economica, la ricchezza, il benessere.

Non sono forse queste le bandiere agitate dalla politica, gli obiettivi da raggiungere, a costo di qualsiasi sacrificio?

L’assurdo, è questo: consolati dal PIL che cresce, perfino quando cresce pochissimo, riusciamo a chiudere gli occhi sui milioni di bambini che muoiono di fame,

sulla povertà,

sulle guerre,

sulla disoccupazione,

sulla precarietà delle nostre vite,

sul riscaldamento globale,

sulla desertificazione della terra che ci ospita,

sulla evidente irresponsabilità – codificata nelle norme e amplificata a dismisura nei fatti – delle società DI CAPITALI, divenute immensamente più grandi e potenti degli Stati e perfino degli organismi sopra nazionali.

Non stiamo forse, tutti noi, chiudendo pericolosamente gli occhi sulla follia evidente, incontestabile, della nostra confusa umanità che ha scelto di dedicare la sua divina forza creativa all’unico scopo di accumulare capitali?

Quando i capitali

oggi lo sanno anche i sassi

si creano dal nulla, con un click sul computer.

Concepisco allora questo pensiero, liberatorio, coraggioso: fuori da questo perimetro che immaginavo di conforto, e che si sta trasformando invece in un incubo, avverto l’impulso irresistibile di esplorare,

il bisogno di uscirne,

andando incontro alle belve feroci,

perché la coscienza mi dice che quelle belve sono frutto della mia fantasia, dominata dalla paura, scatenata dal serpente che si annida nel mio cervello rettile.

In fondo, c’è la luce,

quella che abbiamo smesso di seguire, per fare dei soldi

 

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