Come fu che ci riducemmo a questo punto

Relazione per il seminario del 13 Ottobre 2018 – Hotel Portamaggiore – Roma

di Sandro Arcais

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Una breve storia di patriottismo, vanità, potere, capitali, quinte colonne, ignoranza e supponenza

 

L’8 settembre del 1943 non è rinata la Patria, come una recentissima interpretazione della nostra storia recente ha proposto, bensì è morta la monarchia. Se Patria è casa comune di tutto un popolo, di cui riconosce bisogni e talenti, la nostra Patria è cominciata a nascere con la nascita della Repubblica e l’emanazione della Costituzione.

L’8 settembre, piuttosto, una classe dirigente, quella incardinata intorno alla Corona, è stata evirata. Ma non è morta. È stata tenuta in vita dalle potenze alleate vincitrici perché utile ai loro piani di sistemazione dell’Europa finito il conflitto.

 

Con la nascita della Repubblica è nata una nuova classe dirigente temprata dalla lotta clandestina al fascismo, dall’esilio e infine dai due lunghissimi e terribili anni della guerra contemporaneamente civile e di liberazione dai nazisti tedeschi.

Questa nuova classe dirigente ha preso le redini del paese, ma sin da subito ha dovuto fare ampio esercizio di saggezza, pazienza e realismo. Le forze contrarie erano tante e potentissime: le potenze alleate vincitrici del secondo conflitto mondiale imposero allo stato sconfitto una pace punitiva e accordi tenuti segreti ancora oggi; soprattutto i Britannici imposero sulla neonata Repubblica sin da subito il loro controllo e condizionamento; e all’interno il cosiddetto “quarto partito” di degasperiana memoria, giusto la vecchia classe dirigente che, scalzata dalla conduzione diretta dello stato, deve adeguarsi a operare quale quinta colonna al servizio delle potenze anglosassoni. E lo fa con grande entusiasmo e passione. Fu così che la vecchia classe dirigente “monarchica”, abbandonati i sogni imperiali del regime fascista, perso il controllo politico della nazione per manifesta incapacità di rappresentarne gli interessi generali, si arroccò nella difesa dei propri interessi di classe alleandosi con e facendosi strumento di forze straniere.

Non è il caso di scandalizzarsi per questo. È nella loro natura agire così. Il grande capitale non ha patria, non ha comunità, non sente responsabilità verso i propri simili, anzi, non può sentirli e provarli, deve vietarseli, pena il suo indebolimento nella competizione per l’accumulazione.

Tra gli anni ’50 e gli anni ’70 del secolo scorso, la nuova classe dirigente repubblicana si rafforza. Dietro impulso soprattutto del cattolicesimo democratico e del socialismo riformista pone le basi e poi consolida la rinascita dell’economia e della società italiana, attua una serie di riforme di stampo keynesiano, rafforza gli apparati amministrativi che consentiranno allo stato di intervenire nel sistema economico e di darsi obiettivi ambiziosi. Dotano l’Italia di una politica estera dinamica, tesa ad assicurare alla nazione soprattutto l’indipendenza energetica e un ruolo da media potenza nel bacino del Mediterraneo. Fate le debite proporzioni, la strategia adottata allora è molto simile a quella adottata attualmente dalla Cina nei sui rapporti con i paesi in ritardo di sviluppo e con l’Africa soprattutto: accordi più favorevoli rispetto a quelli imposti delle altre potenze imperialistiche occidentali e improntati sulla convenienza reciproca. I Cinesi sono umili e grandi osservatori e imparano bene.

Cresce la forza, l’indipendenza e il dinamismo della classe dirigente repubblicana ma contemporaneamente crescono le resistenze e la volontà di spezzarne i progetti da parte dei suoi nemici interni ed esterni. Come sia andata la storia lo sappiamo: quando non sono bastati la manipolazione dell’informazione, i colpi di stato minacciati, le bombe, le stragi, gli attentati, il sovversivismo, il terrorismo, si è passati alla decapitazione della classe dirigente repubblicana.

Ma non è solo questo. Quando un edificio crolla sotto i colpi, crolla per la potenza dei colpi, ma anche perché ha perso solidità. Alla fine degli anni Settanta, l’edificio che la classe politica dirigente della Repubblica aveva tentato di costruire lungo i primi trent’anni di vita dello stato repubblicano era instabile. Da una parte, era annegato nel sangue il progetto strategico di Moro e Berlinguer di stabilizzare la Repubblica allargando ufficialmente le sue basi a quel terzo circa degli Italiani che durante tutta la Guerra Fredda era stato tenuto ai margini per gli interessi contrapposti ma convergenti delle potenze guida dei due blocchi. Dall’altra, il capitalismo keynesiano aveva ormai manifestato tutti i suoi limiti a guidare un’ulteriore e contemporanea espansione dei profitti e del lavoro.

Il keynesismo che si affermò nelle economie occidentali del dopoguerra non fu una conquista del lavoro, bensì una scelta del capitale. Banalizzando, forse, potremmo dire che fu la “nazionalizzazione” del metodo Ford. Il capitale del dopo guerra capì che solo la socializzazione della domanda poteva garantirgli una nuova fase di accumulazione. L’accresciuto benessere delle classi lavoratrici durante i “Trenta Gloriosi” non era l’obiettivo, ma uno strumento per aumentare la domanda e quindi i profitti. Ma, si sa, se in una famiglia c’è una automobile (e molto spesso due), è difficile che se ne acquisti un’altra. È molto più probabile che quel denaro lo si risparmi. Negli anni Settanta, il capitale ha scoperto che il keynesismo aveva raggiunto un limite per lui invalicabile. Andare oltre sulla strada del keynesismo, per continuare a soddisfare benessere e piena occupazione, non significava semplicemente cambiare pelle, arte in cui il capitalismo si è sempre dimostrato maestro, ma trasformarsi in qualcosa di radicalmente diverso. Da qui la decisione di sciogliere il compromesso col mondo del lavoro e riaprire la lotta di classe, che se anche fu nascosta dietro dosi massicce di pubblicità, propaganda culturale, finanziarizzazione e credito al consumo non fu meno lotta né meno di classe.

Ma torniamo a casa nostra.

Gli anni Ottanta sono per l’Italia anni di passaggio. La classe dirigente repubblicana è sulla difensiva. Prosegue l’esclusione dalla piena legittimità politica del Partito Comunista e con lui di un terzo degli Italiani. Contemporaneamente il “quarto partito” comincia a tendere la sua trappola. Il primo passo è costituito dall’aggancio della lira al marco e alle altre monete europee, il secondo, fondamentale, è la separazione della Banca d’Italia dal Tesoro. Il governo non può più fare affidamento sugli interventi della Banca d’Italia per tenere sotto controllo i tassi di interesse e quindi il debito pubblico. Che non a caso proprio in questo periodo comincia la sua impennata. La classe dirigente repubblicana non può rinunciare alla spesa pubblica, perché la sua forza dipende dal consenso elettorale e quindi dalla soddisfazione di bisogni e interessi, soprattutto quelli del ceto medio delle professioni e della piccola e media imprenditoria. Tuttavia la spesa pubblica deve gioco forza cominciare a frenare e il peso della tassazione cominciare ad aumentare. Nonostante ciò, lo abbiamo già detto, il debito pubblico comincia ad impennarsi. Se le tre cose sono vere, la causa dell’impennata è addebitabile solamente all’aumento della spesa per interessi. La polpetta avvelenata preparata e lanciata dal “quarto partito”. Ed ecco il precario patto degli anni Ottanta tra una classe dirigente repubblicana sulla difensiva e il “quarto partito” che prepara la sua offensiva finale: il debito pubblico e le relative tasse per sostenerlo servono a trasferire, per mezzo degli interessi sempre crescenti, risorse dal basso verso l’alto, dal mondo del lavoro alla rendita, quest’ultima diventata opzione sempre più allettante per la grande borghesia. Che ingrassa senza muovere un dito. E aspetta il momento opportuno per la spallata finale.

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Ancora una volta, non è il caso di indignarsi e prendersela troppo. È nella natura del grande capitale comportarsi così. Il grande capitale è ottuso. Vive alla giornata guidato da un’unica legge ferrea: accumulare ricchezza e potere. Poi ci sono i suoi strateghi, magari più accorti, lungimiranti, più avvertiti sui passi da fare e le decisioni da prendere per difendere le condizioni che permettono al grande capitale di perpetuarsi e crescere. Ma anche loro, più che strateghi, tattici, abili nel pianificare giorno per giorno all’interno di un quadro che reputano “naturale” e in vista di un solo fine. Che non prevede il nostro benessere. Quella è la favoletta che ci raccontano i suoi intellettuali organici neo/ordo-liberisti nei loro libri e negli editoriali dei loro organi di manipolazione di massa.

Che strano destino quello del partito comunista italiano! Se io, nella considerazione degli eventi umani, non fossi guidato dalla ferma certezza che tali eventi sono governati dalla legge ferrea della causa e dell’effetto (il karma buddista), stenterei a credere che da Togliatti, anello dopo anello, sia potuto venir fuori un Occhetto, un D’Alema o un Veltroni. Per non parlare di un Napolitano, poi. Eppure così è. Sino a tutti gli anni Ottanta colpito da scomunica da parte del controllore anglosassone dell’Italia, i comunisti sono improvvisamente legittimati a governarla dopo lo tzunami di Mani Pulite (e dopo avere abbandonato con tempismo perfetto l’aggettivo “comunisti” per quello molto più americano di “democratici”, ma “di sinistra”, eh!). Evidentemente ragioni profonde e reali per tale esclusione non ce n’erano. Il PCI amministrava da tempo molte regioni, province e città italiane. Si era messo in mostra come abile amministratore. Un partito riformista, guidato da un pensiero economico tutto sommato tradizionalmente liberista, seppur di un liberismo temperato da tendenze redistributive e rivendicative, che tuttavia erano sempre pronte rientrare nel caso ci fosse da stringere la cinghia e adottare “necessarie” politiche d’austerità. Ma quelli del PCI erano bravi amministratori, erano più bravi di chi li escludeva con una vera e propria conventio ad excludendum, ed erano anche più frugali e onesti, non si facevano corrompere dal lusso, dalla bella vita, dai fumi caldi e sudaticci dei locali notturni alla moda (come certi ministri dal capello lungo e un po’ untuoso). Quelli del PCI erano diversi.

In effetti, il PCI così diverso, così migliore, così bravo amministratore, così onesto e virtuoso, ma così altrettanto escluso e impossibilitato a spendere la sua superiore virtù a beneficio del popolo italiano tutto, serviva perfettamente a tenere in perenne precarietà e incompiutezza la Repubblica nata dalla Resistenza e soprattutto le velleità di maggiore autonomia, stabilità e indipendenza di un Mattei o di un Moro, per esempio. Se ci si pensa, ridotte le questioni all’osso, il PCI non ha mai avanzato reali programmi di trasformazione della società e dell’economia italiana, riducendosi le sue ragioni a giustificazione della sua aspirazione alla piena legittimazione e al governo del paese al fatto che erano più bravi, capaci, virtuosi e onesti.

Fu così che, agli inizi degli anni Novanta, gli eredi del PCI furono scelti dalla grande finanza anglosassone e dal “quarto partito”, da sempre loro quinta colonna all’interno del paese, per metterli alla guida del progetto di ingabbiare l’Italia nel grande “sogno europeo” e nella sua grande moneta unica portatrice di pace e benessere. I nuovi dirigenti dell’ex PCI non hanno avuto nessuna difficoltà a porsi in prima fila nel perseguimento di tale progetto. Del resto loro da sempre si percepivano migliori dell’Italiano medio (più istruiti, più educati, più onesti, più rispettosi del codice della strada, più disposti a pagare le tasse, più civili, più europei, più aperti, più accoglienti, e più tante altre cose), e un po’ disprezzavano quell’Italiano medio e se ne vergognavano agli occhi degli altri popoli europei. E sempre del resto, tranne il piano del lavoro di stampo keynesiano del 1949 elaborato dalla CGIL di Di Vittorio, dall’area comunista non è mai emersa una proposta economica che si discostasse dal tradizionale liberismo italiano. Ecco perché non hanno dovuto superare grandi traumi e lacerazioni, tranne che per l’abbandono di alcuni simboli identitari buoni ormai solo a fare da esca emozionale nel marketing politico italiano. E così, nonostante la novità inaspettata e non prevista di Berlusconi, il progetto è tutto sommato riuscito. Passo dopo passo, cedimento dopo cedimento, cessione di sovranità dopo cessione di sovranità, siamo al punto che conosciamo tutti e che abbiamo esplicito, chiaro e manifesto davanti ai nostri occhi in questi precisi giorni.

Forse è giunto il momento di ridimensionare il mito del PCI, del “grande partito” fondato da Gramsci, della sua “diversità”. Forse è giunto il momento di celebrare i funerali del “mito” PCI e liberare la via verso la ricostruzione della Repubblica Costituzionale Italiana dalla sua bara che ne ostruisce il passaggio. Perché se la mia scarna e veloce analisi possiede sostanza e verità, il PCI è stato come un grande blocco di ghiaccio che per decenni ha catturato e tenuto tra parentesi nella sua morsa forze, competenze, risorse, intelligenze e passioni, ferme lì, a resistere nella perenne e inescapabile opposizione, a incancrenirsi e incattivirsi di orgoglio, disprezzo e supponenza, per poi alla fine sciogliersi e dare linfa vitale, energia e soprattutto legittimazione all’incubo europeo, uno dei più grandi tradimenti nella breve storia italiana.

Non si tratta di lanciare accuse e anatemi (anche se l’ammissione da parte dei nostri Ladri della Patria, di avere sbagliato e una richiesta di scuse agli Italiani non farebbe schifo), si tratta piuttosto di capire come è potuto accadere. Un veloce elenco può in questo contesto essere sufficiente:

  1. la sovranità limitata di uno stato sconfitto disastrosamente in una guerra disastrosa;
  2. le trame delle potenze vincitrici la seconda guerra mondiale per frenare e contrastare qualsiasi progetto di rafforzamento della sovranità nazionale;
  3. una grande borghesia nazionale ridimensionata nei suoi autonomi progetti imperialistici e perfettamente integrata in posizione gerarchicamente subordinata nell’agenda del grande capitale anglosassone;
  4. una classe dirigente politica nazionale, espressione della Resistenza e della guerra contro il fascismo e il nazismo tedesco, che lentamente si rafforza ed elabora un progetto complessivo per sottrarre il popolo italiano al destino di forza-lavoro a basso costo disponibile per il grande capitale italiano;
  5. un partito comunista chiuso nella sua riserva indiana, nel suo ruolo di pedina nel grande gioco a scacchi che si apre all’indomani del secondo conflitto mondiale tra USA e Unione Sovietica;
  6. una deplorevole e diffusa povertà di cultura economica che non fosse il vecchio liberismo del ceto dominante, nella sinistra italiana e soprattutto nell’area comunista.

Di sicuro l’elenco è incompleto, ma sono sicuro che al suo interno siano presenti gli elementi essenziali e necessari per capire come mai siamo caduti così in basso.

Che fare, dunque? Di sicuro, non fare gli stessi errori.

Non possiamo continuare a nasconderci la realtà di un paese uscito disastrosamente sconfitto dal Secondo conflitto mondiale, la cui sovranità è stata sempre pesantemente condizionata dai vincitori di entrambi i blocchi. Il mondo reale funziona in questo modo, e nel mondo reale, certe cause danno luogo a certe conseguenze.

Non possiamo continuare a sfuggire alla necessità di affrontare con saggezza, realismo e lucidità il nodo che tutti gli stati normali si trovano a dover affrontare: qual è il nostro interesse nazionale?

Non possiamo continuare a chiudere gli occhi di fronte alla realtà di una Repubblica nel cui interno hanno operato sempre e con crescente efficacia e pervasività forze sociali ed economiche, settori dell’amministrazione statale, organi di informazione e di produzione culturale contrari per le più svariate ragioni alla ricostruzione su basi nuove, popolari, democratiche della sovranità nazionale e che per ottenere questo hanno accettato di farsi strumenti di obiettivi stranieri.

Non possiamo continuare a vivere in un mondo morto e sepolto, quello delle contrapposizioni novecentesche: destra/sinistra, fascismo/antifascismo, comunismo/capitalismo, occidente/oriente, democrazia/dittatura, e contemporaneamente non riconoscere la vera contrapposizione oggi in atto: quella tra il progetto del grande capitale finanziario e monopolistico di imporre al mondo tutto il superiore governo del mercato, di fronte a cui la sovranità di tutti gli stati, anche quella delle grandi potenze, deve inchinarsi, da una parte, e la resistenza a questo progetto, che monta e si organizza anche nei paesi occidentali, anzi, anche nella capitale del traballante Impero Liberista d’Occidente. Chi non vede che questo è oggi il fronte in cui dobbiamo combattere e questa è la barricata che dobbiamo difendere, mi perdoni, ma non ha capito nulla del presente.

Non possiamo continuare a coltivare un pensiero economico che impone artificialmente la scarsità e l’austerità a società che hanno accumulato mezzi produttivi più che sufficienti ad assicurare l’abbondanza e il benessere a tutti.

Non possiamo contraddittoriamente perseguire il diritto al lavoro e nello stesso tempo coltivare un pensiero economico che subordina tutto il lavoro alla creazione di un valore di scambio. La pratica e la teoria economica non appartengono al mondo naturale, bensì sono tanto artificiali quanto la pietra scheggiata dal primo homo abilis nelle savane africane di milioni di anni fa. Sono strumenti. E quando uno strumento non funziona più bisogna sostituirlo.

Non possiamo continuare a pensare alla moneta come se non fosse mai successo che agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso Nixon è stato costretto a svelare che la moneta non è una merce e perciò non ha nessun valore intrinseco. Da allora, la moneta si è rivelata per quello che è sempre stata: una semplice unità di conto. E non c’è scritto in nessuna Tavola della Legge che la moneta o tutte le monete debbano necessariamente funzionare come riserva di valore.

Non possiamo continuare ostinatamente a chiudere gli occhi di fronte all’evidenza che da circa quaranta anni viviamo in una crisi di sovrapproduzione, di abbondanza e non di scarsità, e che il grande capitale tenta in tutti i modi di nascondere questa evidenza con una serie di stratagemmi finanziari e mediatici. Perché? Perché il grande capitale non ha soluzioni per una crisi del genere, se non la distruzione programmata dei mezzi e delle forze produttive per poi ripartire con l’accumulazione.

In conclusione, non possiamo più permetterci di ignorare che la riproduzione di un vivere civile e degno dell’uomo non può più dipendere esclusivamente dal grande capitale, finanziario e multinazionale, e dai suoi obbiettivi di perenne accumulazione di ricchezza e potere. Ormai i due obiettivi sono entrati in palese contraddizione: o la vita di uomini liberi in un ambiente salubre o la continuazione del processo di accumulazione dei mezzi produttivi nelle mani del finanzcapitalismo multinazionale.

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