Note sul progetto del regionalismo differenziato (1)

Sul regionalismo differenziato abbiamo espresso tutto il nostro dissenso e preoccupazione con un comunicato di alcuni giorni fa. Oggi cominciamo la pubblicazione di alcune brevi note sparse sull’argomento, note frutto dell’analisi puntuale delle bozze di intesa tra governo e regioni (per quanto almeno a ora è dato sapere).

Nella bozza di intesa tra Governo e Regione Veneto, nella parte finale del comma 1 dell’articolo 5, quello che si occupa “del soldo”, c’è scritto:

Nelle more della determinazione e dell’applicazione dei fabbisogni standard, e comunque trascorsi tre anni dall’approvazione della legge, l’ammontare di risorse assegnate alla Regione per l’esercizio di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia trasferite o assegnate dallo Stato alla Regione non può essere inferiore al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse.

A tutta prima vien da dire: giusto! equo! Ogni Italiano deve avere lo stesso tanto di spesa pubblica. Così pensano, infatti, i governanti veneti, lombardi ed emiliani. E se accettiamo questa loro prospettiva, hanno ragione. Osservate il grafico a sinistra: mostra la spesa sostenuta dallo Stato nel 2016 divisa per abitante. Noterete che gli abitanti delle tre regioni che stanno chiedendo più autonomia ma soprattutto più “soldo”, sono quelli che in Italia ne ricevono meno. E isolata così, la cosa, fa la sua bella impressione. Ma siccome in tutta questa faccenda c’è tanta polemica antimeridionale, è interessante notare che se andiamo all’altro estremo, degli abitanti cioè che ricevono di più in spesa pubblica, troviamo tre regioni del nord a statuto speciale (Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia), un’isola a statuto speciale (la Sardegna), la regione che ospita la capitale (Lazio) e il Molise.

Cosa significherebbe, in questo contesto, garantire a Veneto, Lombardia ed Emilia risorse non inferiori “al valore medio nazionale pro-capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse”? I conti sono abbastanza semplici: aumentare la spesa pro-capite per i lombardi di 1182 euro, quella dei veneti di 916 euro, quella degli emiliani di 879 euro.

Ora, al quadro aggiungete la necessità di raggiungere ogni anno il pareggio di bilancio (probabilmente una delle poche norme costituzionali applicate alla perfezione e l’unica per cui il Presidente dei Creditori Mattarella darebbe la vita), da dove pensate che verranno fuori quei soldi in più che secondo i veneti-lombardi-emiliani-romagnoli dovrebbero arrivare nelle tasche di ciascuno di loro?

Il fatto è che i governanti delle tre regioni apripista del regionalismo differenziato come i tedeschi loro mentori-ispiratori-ideale da emulare hanno orrore del debito pubblico, sono convinti che le regioni spendano meglio, e come i loro padrini tedeschi hanno una concezione di giusto di questo tipo …

… e sono convinti che il piccoletto sulla destra sia così piccoletto perché non si è impegnato abbastanza e non ha fatto abbastanza sacrifici («Più sacrificio, più lavoro, più impegno. Vi dovete impegnare forte», così giorni fa il ministro leghista dell’istruzione in visita alle scuole della Campania).

Noi, invece, siamo convinti che il debito pubblico sia un problema solo se uno stato utilizza una moneta straniera di cui non ha il controllo, che la spesa, come la programmazione di servizi per loro natura “nazionale”, sia migliore e più efficace, se centralizzata e gestita da una amministrazione statale di qualità, e infine siamo convinti che giusto sia una cosa di questo tipo …

… e che al piccoletto sulla destra debba andare di più rispetto alle altre figure finché non si sia messo alla pari (aiutandolo a impegnarsi con prospettive di successo).

A meno che non ci si senta più partecipi di un destino comune. A quel punto lo si dice, gli si fornisce la parte di debito pubblico che gli spetta e buona fortuna.

 

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